Eugenio Giovannetti.
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Il libro degli innamorati inverosimili.
Brevi Racconti.
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1923. Mondadori Editore. ROMA - MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Prima di dedicarsi, negli anni trenta, ad una intensa e proficua attivit di traduttore, il Giovannetti aveva dato corpo al proprio gusto per il satirico e il grottesco con alcune opere di narrativa tra le quali spicca questo Libro degli innamorati inverosimili. Limportanza letteraria di questo lavoro  testimoniata della scelta di Enrico Falqui di inserire la novella di chiusura di questa raccolta: El amor de los amores, nella famosa antologia da lui curata Capitoli per una storia della nostra prosa darte del novecento.
La poliedrica formazione culturale di Giovannetti gli consente di spaziare in queste novelle tra fini interpretazioni di percezioni sensoriali (Linnamorato dei profumi, che percepisce una sorta di storia delluniverso tramite gli aromi) e fantastiche riflessioni di entomologia stellare con lo scarabeo Nuncius Sidereus. Abbiamo poi lamore tra due miopi che hanno difficolt a vedersi e nella zona tantalica si percepiscono a tentoni; il bizzarro innamorato della linotype che  probabilmente ricambiato pur tra impuntigliamenti capricci e tormenti della pi umana delle macchine del diciannovesimo secolo. Il testo  significativo per la parabola culturale dellautore perch permette di percepire il suo gusto per la cultura classica, linteresse per il mondo dello spettacolo (pi tardi Giovannetti sar anche importante critico e teorico del cinema) e non  difficile leggere fra le righe la sua personale visione politica relativa al passaggio dal liberalismo classico alleconomia dellorganizzazione.
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Il libro degli innamorati inverosimili.
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Indice.
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1. L'INNAMORATO DELLE OMBRE.
2. L'INNAMORATO DELLA LINOTYPE.
3. AMORE UNO E TRINO.
4 .NOTTE DI SETTEMBRE.
5. L'INNAMORATO SPADA.
6. L'INNAMORATO DEL MARE.
7. GLI INNAMORATI DEI SOGNI E LO SCARABEO.
8. L'INNAMORATO DEI PROFUMI.
9. L'INNAMORATO DEI SUONI.
10. L'INNAMORATO DELLA SPIRALE.
11. IDILLIO IN ISRAELE.
12. EL AMOR DE LOS AMORES.
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Fine Indice.
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1. L'INNAMORATO DELLE OMBRE.
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Quando appartenevo al "Club dei soliti ignoti", avevo le mie grandi ore di festa in un popoloso cinematografo dei Prati di Castello. Convenivamo l tutti, musicisti e poeti, non appena il nostro diabolico Barilli avesse qualcosa di nuovo da farci sentire. Poich il Club non poteva concedersi il lusso di prendere in affitto un pianoforte e poich il nostro satanico Barilli era l'oscuro pianista quotidiano del cinematografo dei Prati, era naturale che tutti i "soliti ignoti" si riversassero in quella sala tenebrosa ad ascoltare le novit del sulfureo Barilli. Cos, in barba al grosso pubblico borghese e al direttore del cinema, nell'ombroso mistero di quella sala popolosa, ci eravamo regalati "audizioni" celebri. Una sera, in cui si proiettava la famosa film comica Tartufini ha il mal di denti, il fosforico pianista ci aveva fatto sentire una sua "Fantasia sulle perfette nozze spirituali di Ruysbrck l'Ammirabile". Un'altra sera, mentre sullo schermo passavano le eleganze delicate di Soava Gallone, il turbinoso musicista ci aveva fatto sentire il suo "Tamerlano", tutto ferro e bandiere epiche. Un'altra sera, che doveva essere per me l'ultima e l'indimenticabile, ci aveva detto al Club: "Questa sera siate puntuali alle otto ch vi far sentire finalmente l'Ifigenia".
L'Ifigenia! Finalmente! La si aspettava da mesi. Si sapeva gi che il demoniaco Barilli aveva fatto di Ifigenia il suo capolavoro. Chi ne aveva sentito qualche pagina, aveva pianto. "C' tutto il dolore di una nobile giovinezza spezzata" avevano detto i poeti austeri della "Ronda", con Vincenzo Cardarelli alla testa. L'Ifigenia! Quale dei "soliti ignoti" avrebbe potuto mancare a quell'audizione destinata a rimaner storica negli annali del Club?
Contro la mia abitudine, io giunsi quella sera al cinematografo un po' in ritardo. Una folla di piccoli borghesi si pigiava gi nell'andito: la scala era gi presa d'assalto. Dovetti aspettare qualche minuto prima di giungere allo sportello dei biglietti e, mentre aspettavo, un portiere gallonato che mi squadrava da qualche istante, mi domand: " lei il signor Giovannetti?"
A un mio cenno affermativo, mi consegn una letterina, dicendo: "Da parte del pianista".
Che cosa aveva di cos urgente l'enigmatico Barilli? Avrei voluto aprire subito la lettera, ma la folla mi incalzava gi da tutte le parti. Avendo gi preso il biglietto, mi sentii respinto verso la scala, sollevato, compresso, incastrato fra due file di sedie. Che ressa! Mi sedetti un po' accasciato. Era tempo! La luce si spense, lo schermo si illumin, l'apparecchio cinematografico cominci il suo ronzio e l'infernale Barilli picchi sul pianoforte le prime battute di Ifigenia. Aveva appena suonato la prima battuta, quando, nella sedia vicina alla mia, alla mia destra, sgusci una donnina jolie, jolie, jolie.
Io non amo il joli. L'estetica del Settecento non  la mia. Io amo i grandia corpora, le figure alte e soavi della poesia antica, io amo Ifigenia tutta splendore e tutta lealt. Io la vedevo gi nei suoni del mio magico Barilli, triste e insigne, con le braccia bianche protese. Nel buio della sala, vedevo gi la sua testa bionda soavemente reclinata sul petto. Ella sa gi che la sua giovinezza sar fra poco spezzata. Non piange, non piange, ma tutto il dolore del mondo  nel suo povero cuore di donna. Sullo schermo passavano intanto i piedi grotteschi di Charlot. La film che si proiettava, era: Charlot prende moglie, una film d'una amenit atroce, che suscitava risate unanimi, travolgenti.
Che cosa faceva intanto la mia vicina? Che cosa le saltava in mente? Io sentivo il suo ginocchio rotondetto, morbido, cercare ostinato il mio. Come se quella musica nobilissima fosse stata fatta per lei, per eccitare i suoi sensi, ella marcava il tempo con le vibrazioni del suo ginocchio ed evidentemente cercava di imprimere in me la sua ritmica vibrazione peccaminosa. "Che faccia tosta!" - io pensavo - le donne, quando ci si mettono, sono d'una brutalit inconcepibile!"
L'acheronteo Barilli procedeva intanto con la pi tragica furia. Il sacrificio d'Ifigenia s'approssimava. Lasciate schiantare Ifigenia! Che importa, che importa? Che importano i leggiadri studi, le caste vigilie, le fatiche austere d'una forte giovinezza? Un brutale capriccio del destino taglia lo splendido stelo proprio quando esso avrebbe dovuto dare i suoi frutti. Io vedevo gi lampeggiare il coltello alle spalle di Ifigenia mentre Charlot, il grottesco Charlot, andava trionfante all'altare con la sua sposa, fra risate spasmodiche, universali.
Ma era ben strana la mia vicina! Diventava sempre pi incalzante, sempre pi aggressiva. D'un tratto, non bastandole pi l'armeggio del ginocchio, con una mossetta decisa di gattina viziata, aveva messa la sua piccola morbida zampina sulla mia mano. Come era morbida! Che deliziosa brunetta! Ma era proprio bruna? Cosa stranissima! i suoi occhi e le sue sopracciglia erano bruni come l'inferno, ma attraverso la penombra, sotto l'ala nera del suo cappello, mi pareva d'intravvedere la testa poudre d'una donnina settecentesca. Doveva essere bionda, d'un incantevole biondo. E mi pareva di vedere anche un neo falso presso l'angolo delle labbra, un neo che accentuava l'espressione sensuale della piccola adorabile bocca. "Dove ho gi incontrato io questo tipo di donna?" non potevo fare a meno di chiedere a me stesso. In quale celebre collezione galante del Settecento francese ho io gi visto questa donnina voluttuosissima che avrebbe fatto perdere la testa ad un re e la farebbe perdere anche a me s'io non amassi Ifigenia?
La strana biondina, con le sue mani impazienti, tamburellava ora sul dorso della mia mano, ritmando lievemente la musica tragica del mio incomprensibile Barilli, quella musica tragica che, in certi momenti, sotto quelle dita leggere, mi pareva diventar stranamente frivola. Quella tentatrice mano mi incalzava sempre pi calda, sempre pi impaziente e aveva l'aria di dirmi: "lascia stare le altre ombre, lascia stare le figure austere del tuo triste sogno: vieni con me, con me che sono l'ombra pi leggera; lascia ch'io ti carezzi e che t'accenda ancora il cuore d'un po' di fuggitiva giovinezza. Afferra l'occasione, disgraziato, pigliami, baciami finch son viva. Fra pochi minuti, ritorner ombra fra ombre..." Non c'era infatti tempo da perdere. Charlot era gi nella sua camera nuziale e mostrava gi al pubblico la sua grottesca nudit fra risate convulse interminabili.
Il portentoso Barilli era gi al finale. Il core di Ifigenia sanguinava e sanguinava il mio core. Io non riuscivo ancora a distaccarmi dalla soave e insigne vittima. Abbandonare Ifigenia in quel momento per quella voluttuosa avventuriera? Sarebbe stato un tradire la seriet dell'arte e della vita. Eppure, eppure come aveva ragione quella donnina misteriosa che avvicinava gi la sua bocca alla mia!
Troppo tardi! La luce ritorn come di schianto. Il pianoforte taceva e la misteriosa vicina era gi sgusciata via tra la folla. In pochi istanti ero gi a pi della scala tra la gente che usciva: la misteriosa vicina era gi scomparsa. Mi ritrovai solo, stordito, sotto un fanale e soltanto allora potei finalmente leggere la letterina inviatami, prima dello spettacolo, dal sorprendente Barilli. Mi aveva scritto cos:
- Avverti gli amici che, data la brevit della film, questa sera non suoner affatto "la Ifigenia" ma suoner invece "La Du Barry", fantasia sensuale settecentesca. Sentirai che salsa piccante!
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2. L'INNAMORATO DELLA LINOTYPE.
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O lettrice graziosa che abbassi lo sguardo su queste linee che nessuna firma illustre ti raccomanda, se tu sapessi qual meravigliosa macchina  quella che ha composti per te questi caratteri! Tu ti vanti d'avere una delicata sensibilit, non  vero? Ebbene, io t'assicuro, e son pronto a dimostrarti, che la Linotype che compone per te queste linee,  una macchina che ha una sensibilit tanto delicata quanto la tua. E forse anche un tantino di pi!
Non son storie! La Linotype  forse la macchina pi complessa, pi sorprendente, pi "umana" che il secolo decimonono abbia inventata. Direi persino la pi "feminea" se non temessi di farle torto. Fatti dunque condurre in una tipografia e guardala un po' questa macchina stranissima tutta nervi e tutta testa, che ha per core un piccolo fornello ardente ed ha, nelle vene d'acciaio, un perenne fluire di sangue metallico, torbido e corrusco. Tutti i suoi nervi vibrano allo scoperto in una breve tastiera. Con un breve volger di mano la si domina, la si eccita, le si imprime il segno delle pi ascose volont, le si comunica il brivido dei pi alti pensieri. Guizzanti, balzanti, martellanti, leggeri, salgono a gara su per i suoi tenuissimi nervi quelli che il poeta Shelley chiamava "gli spiriti del pensiero". Come il genio, ella  ardore e pazienza. Il suo grande braccio di ferro si abbassa e si rialza con una dolcezza un po' grave che ha insieme qualcosa di melanconico e di materno. Femmina nella sua intima essenza, ella fa sgusciar fuori la riga di piombo con una mossetta maliziosa, quasi di straforo, con l'aria d'una monelletta che faccia sgusciar di tra il pollice e l'indice un nocciuolo di ciliegia.
Che meraviglia dunque se l'operaio che siede innanzi alla Linotype per comporre queste linee, ragazzo fantastico e solitario, si  innamorato della sua prodigiosa macchina? Qual donna  cos sensibile, cos intelligente e cos fida?  un segreto che deve restare tra lui e la macchina e me e te, ignota lettrice.  un amore drammaticissimo ch'io sto per raccontare, un amore pieno di soprassalti, di piccole angosciose sorprese. Non ne parlare fuori di qui, per l'amor di Dio!
Sappi dunque, prima di tutto, che lei, la Linotype, ha un caratterino un po' difficile. Certi giorni, pare che non ne azzecchi una ed abbia la testa al posto dei piedi. Voi cercate di capire quel che lei vuol dire, e lei  capacissima di farvi leggere una riga al rovescio a questo modo, obbligandovi a metter tutto sossopra.
Qualche altro giorno, ha invece il gusto delle liaisons dangereuses e neanche con il pi tenace sforzo di volont, riuscite a fargli separare gliarticoli dalle parole cui si riferiscono. Non si riesce a liberar leparole e a farle passare ilcapriccio. Sciocca e ostinata!
Quando finalmente si decide a ritornae alla decenza,  capace di essee colta impovvisamente da una specie di piccola paalisi o di amnesia duante la quale si ostina a non ponunciae pi una lettea dell'alfabeto, la lettea pe esempio. E non c' Cisti! Non si iesce pi a fagliela scivee.
E ringraziate Dio! Perch, se s'impunta davvero, pu far di peggio, e, ostinarsi, come una monelletta leziosa, a mellele sempre una lellera al poslo di un'allra. Molte volte, debbo confessarlo, lo stesso innamorato della Linotype ha perduto la pazienza ed ha dato quache pugno sulla tastiera ma allora, come colta da improvvisa pazzia, la Linotype ha cominciato a kkllmmuttufftttkkkyyymmhfihcv
- Miserabile! gridava allora l'innamorato della Linotype. - Mi vuoi fare anche la Dadaista adesso!
E gi, un altro pugno sulla tastiera! kkmnkrstzmnrYYkvbggjxzfiflffffi.
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Ma t'ho gi detto, o graziosa lettrice, che l'innamorato della Linotype che compone per te queste righe,  un operaio bizzarro e fantastico, capace anche lui di impuntigliarsi, di tormentare in mille guise la macchina capricciosa che lo tormenta.
Nei giorni in cui pi si sente avvilito, l'innamorato della Linotype comincia un giuoco crudele. Comincia a tormentar la macchina con le sue idee fisse, ripetendo all'infinito la stessa frase ironica e uggiosa. Egli obbliga, per esempio, la macchina a scrivere dieci volte, venti volte, cento volte, mille volte, senza un errore, questo discorso:
Dalle fauste nozze di Piramidone con Fenacetina nacque un dolor di testa.
Dalle fauste nozze di Piramidone...
Dalle fauste nozze di Piramidone...
Dieci volte, venti volte, cento volte, mille volte di seguito! C' da far diventar pazza una povera macchina che sia tutta testa ed abbia un torbido sangue caldo nelle vene. Povera Linotype! Chi sa che furia l'avr presa!
No! Qui sta la pi singolare peripezia di questo drammaticissimo amore! La Linotype  stata ieri pi sorprendente che mai. L'uomo, abbrutito dalla stanchezza, da due ore oramai continuava ad imporre alla macchina la sua idea fissa:
Dalle fauste nozze di Piramidone con Fenacetina...
Dalle fauste nozze di Piramidone con Fenacetina...
E da due ore, docile, rassegnata, la povera macchina continuava a comporre per il suo uomo lo stupido discorso abbassando e rialzando senza posa il grande, braccio di ferro con una dolcezza un po' grave che aveva insieme qualche cosa di melanconico e di materno.
Abbrutito, per la duemillesima volta l'uomo tent, con le dita oramai aggranchite dalla stanchezza, di scrivere su la tastiera:
Dalle fauste nozze...
Ma la testa esausta gli si pieg sul petto e il braccio gli cadde. E allora si vide un'incantevole cosa. La macchina femminea, materna, continu a comporre per suo conto e, con la grazia civettuola d'una monelletta che faccia sgusciar di tra il pollice e l'indice un nocciolo di ciliegia, fece sgusciare di tra le sue dita d'acciaio, una riga in cui era scritto:
- Riposati! Sei stanco!
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3. AMORE UNO E TRINO.
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Mi spiegher come vuole la gente pratica, con un esempio. Aspettavo un giorno, per la via, una donna che amavo con tutta l'anima. Verr o non verr? mi chiedevo con quella deliziosa angoscia che sa ogni uomo che abbia amato.
Ad un tratto, una figura s'avvicina che somiglia alla sua.  lei! Non  lei! Eppure le somiglia in modo strano.  la sua andatura, il suo colore, il suo sguardo! Che cosa le manca per essere lei? Le manca qualche linea inimitabilmente gentile, percettibile solo a una breve distanza. Pare un primo saggio fatto dal Creatore avendo in mente l'idea di "lei", la prima prova ancora non perfettamente riuscita ma preannunciatrice della perfezione ventura. Qualche cosa, un istinto vago, mi dice che questa passante frettolosa che le somiglia tanto e che finge di non accorgersi neppure di me, mi preannuncia lei, mi profetizza il suo avvento.
 gi passata un'altra mezz'ora ed ella non appare. Il dubbio ritorna gi smanioso: verr o non verr? Ad un tratto, ecco un'altra figura che le somiglia, ma, questa volta, la somiglianza  pi profonda, pi intima.  gi lei, meno qualche tenue luce del suo volto che a me solo  nota. Non  ancor "lei" ma io ho oramai l'assoluta certezza che "lei" non pu tardare, che forse  gi a poche diecine di passi da me. Questa incantevole seconda passante che le somiglia in modo cos prodigioso, pur senza guardarmi, ha tutta l'aria di dirmi: "eccola! Il destino oscuro mi ha mandata sulla tua via perch io ti annunciassi il "suo" arrivo: io sono il pi alto grado nella serie che ascende verso il suo tipo, verso la sua perfezione".
Ella  infatti gi presente: la vedo gi all'angolo della via. Questa volta  lei,  lei, la mia amata, in tutta la sua perfetta realt. Le due sconosciute non hanno mentito: io le corro gi incontro...
Mentr'io corro, voi riflettete. Se vi piace, togliete a questo singolare caso tutto quel che l'inevitabile esaltazione amorosa pu conferirgli di vago e di poetico e domandatevi se, in realt, non sia accaduto qualche volta anche a voi di sorprendere un'insistenza strana di figure umane che sembrano ascendere tutte verso lo stesso tipo, verso uno stesso modello ideale. Qualche figura sembrava pi lontana alla sua "idea", qualche altra pi vicina. Le creature volgari che scoprono somiglianze dappertutto, non appena vi conoscono, vi opprimono subito con un "Voi somigliate a questo, voi somigliate a quest'altro". Le creature elette, invece, scoprono "gradazioni",verso una stessa forma ideale e tacciono ammirando. Nelle creature elette, l'amore altro non  che il senso vivido e trionfante d'una perfezione raggiunta dopo una serie ascendente di prove difettose. "Molte donne ho vagheggiate - dice Ferdinando a Miranda nella Tempesta - molte donne ho conosciute piene di splendori: in ognuna, qualche difetto contrastava con la nobile grazia e distruggeva l'ideal perfezione. Ma voi, oh, voi, perfetta e incomparabile, siete fatta con quanto hanno di meglio le creature umane!" Con tutta la sua enfasi, questa dichiarazione d'amore  forse ancora la pi semplice e la pi vera che sia dato trovare nei libri dei poeti.
L'idea d'una gradazione profetica nelle nostre esperienze amorose,  espressa con giocosa tenerezza nel "Divano occiduo orientale". Quante donne hai amate prima di me!" dice Suleika imbronciata all'innamorato Hatem. " vero - risponde Hatem - ma in ognuna io ho amato qualche cosa di te. A grado a grado, esse mi preannunciavano la tua perfezione, mi profetizzavano Suleika".
Il poeta occidentale trasfonde qui gli spiriti dell'Oriente e, pi precisamente, lo spirito persiano, epicureo e messianistico, odoroso di frutta e di fiori e sognante il Mahd. Qui par di vedere gi costruita la teoria dell'amore-mahd ed ecco, press'a poco, in che modo.
Come si sa, le stte mussulmane della Persia non credono che Maometto, arabo, sia l'ultima e perfetta emanazione dello spirito di Dio. Per i Persiani, Maometto appartiene ad una serie di precursori che si chiamano gli Imami. Soltanto l'ultimo della serie degli imami  l'inviato diretto di Dio, l'incarnazione perfetta della saggezza divina, il Mahd. Il numero e gli attributi degli imami variano col variar delle stte, ma l'idea fondamentale resta sempre la stessa: una serie di imami preannuncia e il Mahd attua la perfezione divina.
Immaginate ora che uomini e donne sieno ordinati su due uniche linee a seconda della distanza di ciascuno degli esseri, maschio o femmina, dalla perfezione divina. Su ogni linea ognuno occupa un punto fisso, predestinato dall'eterna provvidenza. Chi muore, cede il suo punto a un neonato che viene a sostituirlo nella scala degli esseri verso la perfezione. Se l'immagine della scala vi par grossolana, pensate a due lunghissime collane di perle, parallele, pendenti sulla terra dalla mano invisibile dell'Altissimo: la collana della perfezione maschile, e quella della perfezione femminile. Ognuno di noi, maschio o femmina, , modestia a parte, una perla, ma tra le perle fiammeggiano rubini. Nell'una e nell'altra collana ascendente verso l'infinito azzurro, per ogni sei perle  un rubino: le due collane sono cio composte del ripetersi innumerevole d'una serie fatta da sei perle cui sovrasta un rubino.
L'umanit crebbe dunque composta dal ripetersi innumerevole ed ascendente d'una serie invariabile fatta dai sei imami cui sovrasta un mahd. Ognuno di noi, nascendo, si inserisce in una serie fissa a una determinata altezza nella via della perfezione e composta da sette uomini o da sette donne, dei quali o delle quali sei sono imami ed uno o una  mahd. I sette individui d'una stessa serie, essendo graduati non secondo le contingenze terrene ma secondo l'assoluto della legge divina, si ignorano a vicenda, vivono di solito a enormi distanze l'uno dall'altro, presso popoli e razze diverse, ma sono legati insieme da una misteriosa solidariet. Talvolta il destino li riunisce, ignari l'uno dell'altro, alla stessa ora, in uno stesso luogo.
Ognuno di noi nasce imamo o nasce mahd:  perla o rubino nella collana maschile o nella femminile. Se  imamo, la sua vita, anche se splendida esteriormente,  segnata da una passivit oscura, da un anelito smanioso verso una forma vaga, irraggiungibile che  quella del mahd, da una nostalgia assidua per una terra sconosciuta che  quella in cui vive il mahd. Come su d'una materia pi vile, il Creatore esperimenta dapprima sull'imamo le gioie e i dolori che riserba al suo mahd: e il povero imamo ride e s'angoscia e non ne sa mai il perch. Quando il mahd  ancora piccino, i sei imami dispersi per la terra si trovano talvolta nel petto un cuor di fanciullo; quando invece  un fanciullo l'imamo, il suo cuore  talvolta triste come quello d'un vecchio. L'imamo infine non ha che i riflessi dolci e dolenti della perla; la vera luce di Dio fiammeggia nel rubino.
Voi possedete gi il segreto dell'amore uno e molteplice. Voi capite gi come ogni rubino della collana maschile cerchi il rubino che gli  pari d'altezza nella collana femminile e voi capite anche come la povera perla maschile sia dannata non ad accontentarsi di un'altra perla femminile ma a sognare il rubino della serie femminile che  pari alla sua. Il povero imamo crede spesso di avere amate sei donne ma, in sostanza, attraverso sei donne egli ne ha amata una sola, sempre la stessa, l'irraggiungibile, quella in cui splende il celeste rubino. Lo stesso accade alla perla femminile: attraverso sei perle della collana maschile, essa aspira al fiammante rubino. Un solo uomo una donna ama attraverso sei uomini ed ecco perch cos spesso l'occhio della donna dice con ironico sconforto: "mio caro, tu non sei il mahd: tu sei il solito povero imamo!".
Eccovi il senso recondito delle parole che il persiano Hatem dice a Suleika nel Divano occiduo-orientale. E tu, lettore, se trovi che tutte queste non son che balorde astruserie, sei un povero imamo, ma se ci senti invece, sotto sotto, qualche cosa di serio, sei un fiammante mahd.
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- Tu? Gi in piedi? - brontolai, non so se pi contrariato o sorpreso, all'amico che era venuto a bussare alla porta alle sei del mattino, in quell'ora cos poco conveniente per lui che doveva avere conosciuta per la prima volta in quella notte la felicit coniugale. Lo sposino aveva una faccia lacrimosa, stravolta.
- Perdonami - mi supplicava gi l'amico con voce stranamente convulsa - perdonami se t'ho fatto alzare a quest'ora, ma io temevo di non reggere pi da solo, di mettermi a gridar per la strada come un pazzo. Fra le storie innumerevoli della "prima notte" ti assicuro che non ce n' e non ce ne sar mai una cos assurda, cos strana, cos inverosimile come la mia. Che notte, amico mio, che notte!  stata la solitudine paurosa della mia villa a suggerirci questa terribile fantasmagoria? Chi sa? Io non so pi nulla: so soltanto che a questo mondo accadono cose che non si spiegano, cose piene del pi angoscioso mistero.
Ti dir in breve: io mi sono sposato ieri a trent'anni, e trent'anni ha anche Claudia, la mia sposa. Le nozze, se tu non lo sai, erano state affrettate da me, affrettate affannosamente tanto da lasciare al fidanzamento appena quel minimo di tempo che le convenienze esigono. Perch? Per un mio invincibile segreto terrore. Io aveva amato perdutamente gi due volte e gi due volte avevo visto morirmi la sposa durante il fidanzamento. A dieci anni, un fidanzamento poteva sembrar scherzoso ma in realt non lo era: Fritza ed io, monelli decenni, vicini di villa e compagni inseparabili di giuoco, ci eravamo fidanzati ad un tratto, una sera, dopo che io, a proposito di un album tedesco pieno di grottesche figure di animali umanizzati, avevo picchiato Fritza sulla testa tanto da farle uscire il sangue. Ella non aveva pianto: atterriti, muti, ci eravamo stretti sotto un albero, pieni di uno sgomento oscuro, di una tenerezza ineffabile. Dopo un lunghissimo silenzio, Fritza, appoggiando la sua fronte sulle mie labbra, aveva sussurrato: "io sono la tua sposa" e allora avevamo ad un tratto cominciato a piangere tutti e due d'un pianto che fluiva senza fine. Un mese dopo, Fritza era morta di difterite ed io sentivo per la prima volta nel core una trafittura profonda, insanabile.
Avevo portato con me sino ai vent'anni il ricordo dolcissimo di quei soavi sponsali, quando ad un tratto, a vent'anni, ebbi una strana sorpresa: improvvisamente, una sera d'estate, in uno stabilimento balneare, venuta per una festosa gita da non so quale spiaggia, io rividi Fritza, viva, ventenne, ridente e impetuosa. Se non avessi portato tante volte io stesso i fiori sulla tomba della mia piccola fidanzata decenne, avrei gridato in quel momento: "mi hanno ingannato: non  morta" e sarei corso a salutare quella esuberante creatura, dicendole: "come va, Fritza? Vi ricordate di me?". Era lei, era lei, malgrado la nuova baldanzosa scioltezza dei suoi modi: era il suo sguardo leale, la sua voce argentina ancora malgrado qualche nuova sonorit vellutata, lo stesso agitarsi nervoso delle piccole mani, gli stessi gesti, lo stesso impercettibile crollar della testa nei momenti di intensa attenzione. Quando mi presentarono a lei, fummo entrambi presi da un turbamento cos visibile che le amiche chiesero subito alla giovane se ella non mi avesse conosciuto gi e non ci fosse gi stata "qualche cosa" fra me e lei. "Avete impallidito tutti e due, Magda: c' qualcosa fra voi, s, s c' qualcosa" diceva maliziosa la pi vivace delle amiche. Si chiamava Magda la mia rinata Fritza e veniva per la prima volta nei nostri paesi: non era la mia piangente Fritza, eppure, eppure qualcosa...
Ci fidanzammo durante una turbinosa gita in barca: chiassosa, ardita, forte, ella remava a gara con me. Ridendo, fra un sonoro bacio e l'altro, deliberammo di sposarci al pi presto. Non pi di due mesi - disse lei - Non pi d'un mese - dissi io turbato ad un tratto da un oscuro presentimento. Ma anche un mese era troppo: in una quindicina di giorni Magda, la bella e impetuosa ventenne, per una malattia improvvisa, se ne and come la triste decenne, come la piangente Fritza. Questa volta, fui anch'io sul punto di morire, e per dieci anni il tragico ricordo di questi due mancati sponsali mi seguiva ostinato ovunque e sol per tentare di soffocarlo intrapresi i viaggi che tu sai. Ma non appena entrato nei trent'anni, pochi mesi fa, in un albergo svizzero, ebbi una nuova, una pi profonda sorpresa. Fritza, Magda, la mia irraggiungibile creatura, era di nuovo innanzi a me, trentenne come me, e questa volta si chiamava Claudia: era lei, ancora, con la viva sensibilit dei vent'anni, raddolcita da una soavissima grazia un po' pensosa che fondeva in lei la Fritza con la Magda e la faceva pi bella, pi cara che mai. L'incontro dei trent'anni fu anche pi strano di quello dei vent'anni: appena presentati, io e Claudia, rimanemmo chiusi, assorti in un cos ostinato silenzio che i comuni amici credettero che fosse fra noi una antica e invincibile antipatia. "Non  pi l'et la nostra per un fidanzamento che duri qualche mese" dicevo l'indomani alla madre di Claudia: dobbiamo sposarci entro quindici giorni. - Ma quindici giorni non bastano. - Sono troppi invece! Io vorrei fare il matrimonio entro questa settimana se si potesse...
La signora rise ma non ridevo io: l'angoscia cui sono stato in preda io in questi ultimi giorni, non te la saprei dire: a mano a mano che s'avvicinava il giorno fissato per le nozze, la mia angoscia cresceva, diventava spasimo. In queste ultime sei notti, io non mi sono mai coricato per correre ogni due o tre ore a casa della fidanzata a risvegliar tutti con un puerile pretesto e ad accertarmi che ella si sentisse proprio bene, che non cominciasse ad ammalarsi. Tutti avevano finito col burlarsi di me dicendo che l'amore mi aveva fatto ritornar collegiale. L'unica che non ridesse, era la mia sposa che a volte mi pareva anch'essa desiderosa di esser certa ch'io non fossi malato.
Finalmente quando, questa notte, dopo il pranzo, ve ne siete andati tutti e ci avete lasciati l nella mia villa solitaria ed io ho sentito anche il vecchio custode chiuder la porta a pianterreno e allontanarsi pel viale, oh, allora vedendo la mia sposa viva e ansiosa, io ho avuto un istante di cos tumultuosa felicit che avrei girato come una trottola. Eravamo ancora nella saletta da pranzo e mi sono avviato con Claudia verso la stanza nuziale, con impeto cos festoso che non vedevo pi nulla. Ma, improvvisamente, nella penombra, appena varcata la soglia, Claudia mi s' stretta al collo piangendo d'un pianto convulso che la scuoteva tutta: nel suo pianto era anche un riso, una gioia sussultante, una gioia che la faceva parere impazzita.
- Finalmente, finalmente, sei qui, sei vivo - diceva Claudia fra i singhiozzi: - tu non sai, tu non immagini quale strano incubo mi perseguiti da vent'anni e quel ch'io abbia sofferto in questi ultimi giorni. Io ti amo da vent'anni, capisci, e due volte t'ho visto morire. Quando ero ancor bimba, a dieci anni, un bimbo pallido e triste, il mio piccolo Giorgetto ch'era il mio grande amore, mi giur piangendo che sarebbe stato il mio sposo e mor poche settimane dopo: a vent'anni, improvvisamente, viaggiando per la Germania, lo rividi in un concorso ippico, a cavallo, pieno di forza e di bellezza. Mi fu presentato era lui, era lui, il mio Giorgetto, cresciuto malgrado la morte, per ritornare a me. Si chiamava Florestano, ma una misteriosa voce mi diceva ch'era lui, ancor lui: ci fidanzammo e mor due giorni prima delle nozze. Ma l'ho rivisto a trent'anni, pochi mesi fa, t'ho rivisto, sei tu, il mio sposo, e questa volta la morte non t'ha colpito, questa volta nessuno ti toglier pi a me, mio diletto...
- E nessuno ti toglier pi a me, o mia diletta, perch anch'io t'amo per la terza volta. E narrai rapidamente a Giulietta la mia storia mentre un crescente terrore c'invadeva. Noi non eravamo pi soli nella nostra stanza: due coppie eran con noi, a due passi da noi, e ci aspettavano, tranquillamente sedute sul letto nuziale. Provammo ad aprir la finestra e a chiamar gente ma rimanemmo immobili, come impietriti. Erano tutti e quattro l i nostri cari morti e mormoravano fra loro a due a due e ci guardavano quasi meravigliandosi perch esitavamo a raggiungerli nel letto, come se si fosse trattato della cosa pi naturale di questo mondo. Il suo Giorgetto aveva sposata la mia Fritza, il suo Florestano, l'ardimentoso cavaliere, aveva sposata la mia impetuosa Magda. Non c'era nulla da ridire! Eravamo sciocchi noi che stavamo l a guardarli con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. Del resto, la coppia ventenne che aveva l'aria d'aver molta fretta, non pareva punto impacciata dalla presenza della coppia trentenne: quella che invece, evidentemente, urtava assai i nervi dell'ardimentoso Florestano e dell'esuberante Magda, era la presenza inopportuna dei due poveri ragazzi che, malgrado il loro abito da sposi, avevano piegata la testa, mogi mogi, e non guardavano ma non se andavano neppure e restavan l seduti sul letto, pieni di una ineffabile tristezza. Ben presto, la coppia ventenne non fece pi cerimonie: Florestano e Magda cominciarono a darsi certi baci cos sonori che i due poveri fanciulli, quasi paurosi, si strinsero l'uno all'altro e cominciarono a piangere. Come piangevano! Che oscura e dolce angoscia senza fine! Noi li guardavamo e ci sentivamo stringere il cuore: la rumorosa esuberanza dei due ventenni era un'offesa brutale alla castissima soavit di quel pianto, una offesa cos brutale che la coppia trentenne sent il dovere d'intervenire a difesa dei due poveri piccoli. Ci avvicinammo al letto, vincendo il terrore, ma ci esasper i due ventenni, che s'erano accesi pi che mai. Magda pareva la pi inviperita e gridava che era stanca di tutto quel piagnisteo e che era tempo che i ragazzi se ne andassero a dormire, specialmente quelli ch'erano gi morti. Ma i due piccoli sposi morti rimanevano l stretti sempre pi l'uno all'altro nel loro misterioso terrore, nella loro soave volutt di pianto. La coppia trentenne tent allora una formula conciliativa: "Sentite, dicevo io ai due ragazzi, perch non venite qu, in quest'angolo, dietro questo piccolo paravento giapponese? Guardate: vi accendo questa bella lampadina verde: ecco ancora qui quel bell'album tedesco, dove son tutte le figure delle bestie che han gli abiti umani. Non ti ricordi, Fritza? Guarda, sono ancora qui: fa vedere queste figure che ti piacevan tanto, al tuo Giorgetto, al tuo sposino: questo, e non altro, deve fare una buona sposina nella sua prima notte di matrimonio. Non piangete pi: sedete qu e non vi curate di quel che si fa al di l del paravento". Ma i due disgraziati fanciulli, seduti sul letto, si stringevano sempre pi e sempre pi piangevano ed io ricordando che, in una sera lontana, per costringere appunto la mia piccola Fritza a guardare ancora le figure, l'avevo percossa col grosso album su quella sua delicata testina bionda e le avevo fatto uscire il sangue, mi sentivo anch'io, malgrado i miei trent'anni, una gran voglia di piangere.
Ma la coppia ventenne era di ben altro umore: la camera era piena d'una musica che non poteva durare a lungo. Invano la coppia trentenne tentava di conciliare le cose con le sue note melanconiche di violoncello: la coppia decenne continuava inconsolabile il suo pianto di violino in sordina mentre la coppia ventenne, dall'altra parte, contrastava con certe note di clarinetto sempre pi acute. Ben presto la coppia ventenne cominci a minacciare di strozzare la importuna coppia decenne. La situazione diventava insostenibile: dovevamo deciderci noi che eravamo ancor vivi bench oppressi dall'incubo: e ci decidemmo.
Piano piano, senza parere, ci avvicinammo alla finestra: mentre Claudia tentava ancor di tenere a bada con qualche dolce parola gli inferociti ventenni, io spalancai improvvisamente la finestra per chiamare aiuto. La luce ci abbagli...
Era gi l'alba, un'alba di primavera indimenticabile come il pianto della donna amata. I decenni ed i ventenni erano ad un tratto scomparsi, ma noi, i trentenni, ci siam detti sommessamente: "a rivederci" e siam fuggiti: Claudia da sua madre ed io qui da te, a raccontarti le cose assurde e inverosimili che accadono talvolta nel mondo.
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4. NOTTE DI SETTEMBRE.
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Cento passi ancora e l'eroe, che cammina nella notte di settembre, dovr passare innanzi al camposanto ove  sepolto il nonno. L'eroe  il solito studente liceale, piccolo borghese di buona famiglia, che ritorna in villa a piedi, solo, dopo il teatro e dopo una fortunata visita a Lil, ballerinetta.
La notte  fresca e un po' velata: le querce nereggiano sullo stradone e i monti osano appena levar sull'ombra la casta solitudine delle loro cime. Il camposanto  a mezza via fra il paese e la villa, un camposanto alpestre, che fiancheggia lo stradone e, attraverso un largo cancello, si ostina a mostrare, anche a chi ne sia pochissimo invogliato, la sua bella pace smeraldina, disseminata di croci bianche.
Finalmente! Il nostro eroe diciottenne ha potuto fare, dopo il teatro, una visita fortunata a Lil. Questo  l'essenziale: cercate di capirmi. La cosa  avvenuta appena una mezz'ora fa, laggi, nel paese, sotto la grande ombra notturna. La dolce notte di settembre, ammantata di freschi veli, ha l'aria di non saperne nulla: il passo del giovinetto  incredibilmente leggero sotto le querce brune. Soltanto un re, quel re sfortunato delle novelle antiche che si sent d'un tratto una nuova corona sulla fronte e, per scoprire il reo, senza far chiasso, ascolt il palpito di tutti i paggi addormentati nell'anticamera, ascoltando il core del nostro viandante, potrebbe dire subito: " lui!  quello che m'ha fatto la festa!" Finalmente! La "Stagione" sta per finire e Lil s' decisa. L'onore  salvo! Gli amici si permettevano gi qualche dubbio ironico sulla conquista di Lil: i vecchi signori del paese, facendo al caff la cronaca galante della stagione, dicevano gi di lui: "ah, quello con quella piccola ballerina non conclude niente: fa troppo sentimento!" Altro che sentimento! L'orgoglio e la volutt si fondono, nelle vene del giovanetto, in uno stesso delizioso calore: il nostro eroe, in certi istanti, si sente quasi librato a volo sotto le querce brune! Ma cinquanta passi ancora e bisogner camminare innanzi al camposanto ov' sepolto il nonno: ecco la piccola angoscia segreta che s' annidata da qualche istante nel petto del trionfatore. Non gi che abbia paura! Il nostro studente ha gi sentito parlare della "teoria di Darwin" e finge di non creder pi n all'immortalit dell'anima n ai fantasmi. Ma un cimitero, alle due dopo mezzanotte, quando si  soli, in una campagna taciturna, diciamo la verit, non lo si vede volontieri. Massime se ci sia sepolto un nonno, un consanguineo morto, tutt'altro che in odore di santit. Il nonno bizzarro, sapendo che avete finalmente conquistato una graziosa ballerina,  capace di uscir fuori per dirvi: "Mi rallegro!"
Il settembre era la grande "stagione" anche pel nonno sempre dedito al fiasco e alla monella. Quasi in tutta Italia, il settembre segna lo splendore massimo per la galanteria provinciale: il settembre vuol dire la fiera tradizionale, la festa, la riapertura del teatro paesano che  spesso un piccolo antico capolavoro di architettura e di decorazione. La "stagione d'opera" diventa per tutto il settembre la cura dominante, la gloria del paese, la croce e la delizia dei signorotti paesani che si danno attorno infaticabilmente per la conquista d'una ballerina o d'una cantante. Quindi rivalit infinite di cui si parler per tutto l'anno al caff o al "circolo dei signori" e rivalit comunali per la gloria dell'arte. "La Lucia", si sente dire a settembre in provincia "come fu data cinque o sei anni fa a Cento, non si sentir pi". "Non siete andati ancora a sentire la Tosca a Busseto?" "Domenica andiamo a sentire il Rigoletto a Cingoli". E c' ancora molta brava gente, in Italia, che fa quaranta o cinquanta chilometri in ferrovia o in carrozza per andare a sentire la Lucia a Cento o la Tosca a Busseto.
Per il settembre anche i villeggianti scendono al paese e vanno in teatro in abito bianco, fra l'attonita curiosit insistente delle signore paesane. Nei paesi di montagna, com' quello del nostro eroe che non dobbiamo perder di vista, il settembre porta anche i primi freddi e allora dai vecchi cassettoni della provincia, tutti di noce schietto, vengono fuori gli abiti di mezza stagione protetti contro il tarlo dagli aromi vigili. Il nostro eroe, per effetto della previdenza materna, che ha pensato ad un soprabito contro il freddo della notte, si sente tutto avvolto, da un odor di naftalina che rievoca fortemente allo spirito l'ordine e la casa. Il profumo di Lil, il profumo del peccato, che  rimasto sulle mani e nella bocca,  di tutt'altro gusto. Che ne pensa il nonno sepolto nel camposanto, l, oltre quel cancello innanzi a cui fra un minuto bisogner pur passare? Anche il nonno forse, chino nel suo buon soprabito borghese, nelle notti del suo lontano settembre, sentiva quel contrasto fra i due profumi, fra il bonario e il torbido, fra il casalingo e il peccaminoso. Quel vecchio bizzarro  capace di affacciarsi al cancello dei morti per dire, in quel gran silenzio della notte velata: "la monella ha un gran buon odore!".
Perch questo nonno  cos vicino alla nostra strada, in questa fresca notte di settembre? Perch questa sottile vena d'angoscia in mezzo alla bella gioia notturna? Di dove viene questo freddo improvviso? Ci siamo! Siamo davanti al largo cancello: ecco la bella pace disseminata di croci bianche. Il nostro eroe, permettetemi di dirlo, non guarda dalla parte del cancello: passa rapido guardando dalla parte opposta, dalla parte della siepe. Non gi che abbia paura ma...
Finalmente! Il cancello  finito: il pericolo  superato. Il trionfatore  passato rapidissimo innanzi al suo consanguineo sepolto e nulla, neppure un fil d'erba, si  mosso nel campo dei morti, cos tacito sotto la vigilanza maestosa dei monti.
Nulla  avvenuto nel mistero della notte? Che ne sapete voi? Chi vi dice che il vecchio libertino bizzarro, senza neppur scomodarsi pel passaggio del suo trionfante e pauroso nepote, non abbia mormorato sommessamente: "Piffero! Perch l'hai lasciata sola? Un altro ha gi preso il tuo posto".
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5. L'INNAMORATO SPADA.
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Alessandro Dumas ha dato una romantica popolarit agli Spada, fingendo che il conte di Montecristo avesse ritrovato il loro immenso tesoro. La realt  che la famiglia Spada e le sue cospicue ricchezze, non hanno mai cessato d'esistere. L'ultimo discendente del ramo principesco, era vivo sino a pochi mesi fa:  morto a Napoli, lasciando il patrimonio ai parenti dei rami collaterali. Qualche giornale napoletano ha accennato ad alcune bizzarrie del vecchio gentiluomo. I bolognesi, che l'hanno visto da vicino per molt'anni, raccontano su di lui qualche storia triste e gaia ch'io mi accingo a riferirvi con rispettosa discrezione.
Quand'era a Bologna, il principe Spada viveva sempre chiuso nel suo palazzo di via Castiglione, come un tenebroso maniaco. Avaro come tutti i veri gran signori che sanno da secoli il valor del denaro, il principe preferiva l'austera sobriet della dimora bolognese al fasto classicheggiante del palazzo romano. Nella quieta casa di via Castiglione, non una di quelle grandi statue tragiche accolte dagli Spada nel loro palazzo di Roma: l'ultimo Spada non avrebbe volentieri dormito accanto alla statua che vide morire Cesare pugnalato. Timoroso d'ogni gesto violento e d'ogni contatto impuro, il principe chiedeva soltanto di poter vagare indisturbato per gli stanzoni, senza veder mai n uomini n donne n lettere. Le lettere, sopratutto, lo riempivano di terrore. Chiunque avesse voluto scrivergli, anche su personali e delicati argomenti, doveva ricorrere al telegrafo. Un servo, rimanendo a qualche distanza dal principe, apriva i telegrammi e li leggeva e poi scriveva, per ore intiere, le risposte da affidare anch'esse al telegrafo. L'ultimo Spada aveva messo, tra s e gli altri uomini, una fitta siepe di fili telegrafici.
Quel bizzarro principe doveva pure aver amato, aver vissuto. Come tutti gli Spada, era un bell'uomo dall'alta statura e dai grandi occhi neri e melanconici: assomigliava a quel bel cardinale Bernardino Spada di cui Guido Reni ci ha lasciato il ritratto. L'ultimo Spada aveva certo avuto passioni in giovinezza, ma a Bologna non si conosceva di lui altro amore che quello per Fagianella.  una storia dall'andatura assai romantica e spero non vi dispiacer.
Fagianella era una piccola bolognese bionda che doveva il suo nome inconsueto alle rappresentazioni di "Chantecler" in Italia. A Bologna, le novit drammatiche hanno sempre un'eco nello Stato Civile: ogni anno, sul passaggio degli attori tragici, nascono a centinaia piccoli Oreste, Amleto, Egisto. Certo  che Fagianella era una ragazzetta scodinzolante degna di piacere ai pi esigenti gallinacei di questo mondo. "Che bella donna sar a vent'anni!" si diceva gi a Bologna, ma, all'improvviso, Fagianella sfior e non la si vide pi. Era in casa, languente di malattia e di miseria, aspettando un soccorso che non arrivava mai. Accadde allora nella realt quel che di solito accade soltanto nei pi barocchi romanzi sentimentali. Il principe vide Fagianella dalla finestra e si interess a lei. Non le dette un quattrino perch questo gli era vietato dalla sua avarizia di gran signore ma promise di portarle qualche cosa degna d'una Fagianella. Un bel giorno, eccolo arrivare con la mano aperta e, su la mano, un magnifico topazio grosso come un uovo di piccione.
- Fagianella, ecco un uovo per te!
Il giorno dopo, un altro topazio della stessa grandezza, accompagnato dalle stesse parole. Il terzo giorno, invece, un rubino. Presentandolo alla povera figliuola, il grazioso principe diceva:
- Fagianella, Fagianella, questo  il giorno del rubino.
Pare addirittura di vivere in una favola. Il principe distaccava ad una ad una, per donarle alla ragazza, le quindici gemme d'un antico diadema della famiglia Spada, cos disposte: ogni due topazi un rubino. Al quarto giorno, Fagianella si sentiva gi rinascere: si era alzata, si era ringalluzzita, saltellava per la casa con un fiore nei capelli. Il principe la trov gi elegante come una principessina quando, il sesto giorno, torn a dirle:
- Fagianella, Fagianella, questo  il giorno del rubino.
Oramai la sapete la canzone! Ma non ne vollero saper niente i famigliari del principe. L'idillio gemmato era gi al quindicesimo giorno; il principe aveva donato l'ultimo rubino del diadema, quando, bruscamente, avendogli un famigliare messa tra le mani una lettera calunniosa contro la povera Fagianella, inorridito perch un po' di carta gli aveva sfiorato le dita, il principe fugg a Napoli, tuff e rituff le mani nel mare come in un Lete purificatore e dimentic Bologna e i suoi amori.
"Dimentic" non  forse la parola propria. Per un anno il principe non nomin mai Bologna ma, in capo ad un anno, improvvisamente, vi ritorn. Troppo tardi! Fagianella non c'era pi. Stanca d'aspettare il suo principe, se ne era andata a riposare sotto la terra, alla Certosa.
Il principe non parve eccessivamente addolorato ma il suo terrore per i contatti impuri s'accrebbe a dismisura. Egli non volle pi toccar nulla, nulla, assolutamente nulla, senza passar, prima e poi, le mani per una bacinella piena di un qualche disinfettante. Al pensare alle inumerevoli mani impure per cui i cibi dovevano necessariamente passare, il principe decise di non ammettere altro cibo che qualche zabaione frullato dalle sue mani, con la consueta scrupolosa disinfezione, prima e poi. Ben presto non si fid pi di uova portate in citt dalla campagna e bisogn fargli un gran pollaio in casa, nel cortile.
Allora, finalmente, il principe si sent a suo agio. Parve che una nuova giovinezza cominciasse per lui fra quei sgargianti gallinacei d'ogni specie. Innanzi al principe che passava oramai tutto il giorno su d'un seggiolone preparato per lui in mezzo al cortile, sfilavano da mane a sera, nel pi pittoresco "ordine sparso", centinaia di galli pettoruti e di galline arzille. Tutte le razze gallinacee eran rappresentate, dalle maestose Faraone alle umili e feconde Padovane, ma il principe aveva una evidente predilizione per quella razza di galline piccole ed elegantissime che si chiaman Fagiane. Ce n'erano pi di duecento.
Che gloria di zabaioni puri, spumanti! Il principe si poteva vantare di nutrirsi col pi puro fosforo della grande famiglia gallinacea, col fiore del fosforo in cui brilla il genio irrequieto della specie. Egli sostentava la sua vita con la vita potenziale di innumerevoli bipedi piumati e canori, sintetizzava cio la vita d'un immenso pollaio. Che meraviglia se talvolta si guardava i polsi, credendo di vedervi spuntare la prima peluria morbida dei neonati gallinacei? Ma parve ben presto che i piumati e canori ospiti del cortile odiassero quel silenzioso accentratore e dissipatore di vita gallinacea. Pareva che l'istinto, per la conservazione della specie, coalizzasse segretamente tutti i bipedi piumati contro il bipede implume. Il principe, dopo qualche giorno, si trov a dover scegliere non pi tra duecento uova fresche quotidiane ma tra cinquanta, tra quaranta, tra venti. In quel cortile pacifico di via Castiglione, si preparava insomma un atrocissimo dramma Darwiniano. Tutte le razze gallinacee, coalizzate, parevano dire al principe: "crepa tu che sei il meno adatto a vivere in questo cortile: noi dobbiamo salvare la specie".
Invano si tentarono tutti i mezzi per ridare la fecondit al pollaio: i piumati bipedi s'erano chiusi in un'ostinata sordit sessuale. I galli sfilavano innanzi alle galline a quattro a quattro, taciturni, pettoruti: le galline avevano una cert'aria distratta e pretenziosa che faceva rabbia. Morale: con trecento o quattrocento galline, non pi di tre o quattro uova al giorno. Il principe stava per morire di fame.
Lietissimo, malgrado tutto, egli credette allora di vedere che la razza delle Fagiane fosse la sola rimasta fuori dalla torbida congiura. Il principe giurava che sola una piccola Fagiana continuava a deporre l'uovo quotidiano. Ben presto fu preso da una simpatia irresistibile per quella vispa gallinetta fedele. Tutto il giorno, aveva l'occhio su di lei: e la gallinetta spesso si fermava improvvisamente in mezzo al cortile e, torto un po' il collo, pareva che a sua volta guardasse il principe. Quella mossetta mandava in visibilio l'innamorato Spada che giurava di riconoscere... Voi avete gi capito chi.
Il dramma volse rapidamente alla fine. Il principe assicur ben presto che l'uovo deposto dalla piccola Fagiana non aveva ogni giorno il tuorlo dello stesso colore: per due giorni consecutivi il tuorlo aveva un bel colore giallo di topazio ma al terzo giorno aveva un color di rubino. Questo significava che la povera gallinella aveva i giorni contati: non pi di quindici, come le gemme del diadema principesco che aveva abbellita la sua fuggitiva giovinezza.
Il principe non vi pens: egli tornava a rallegrarsi ogni volta, quando gli pareva che il tuorlo fosse rosseggiante, e ripeteva quel vecchio ritornello che saprete oramai a memoria, tanto questo racconto ha un'andatura fiabesca:
- Fagianella, Fagianella, questo  il giorno del rubino.
Ma la povera bestiola fedele, deperiva a vista d'occhio: pareva che su di lei gravasse la maledizione di tutto il pollaio. Durante la notte, l'innamorato si svegliava di soprassalto credendo d'aver sentito gi, nel cortile, uno strillo angoscioso.
Per la quinta volta, il principe, tutto giulivo, ripeteva il ritornello ch'io non vi ripeter. Era gi il quinto rubino, era gi l'ultimo giorno. La piccola bestia languente parve in quel giorno guardare l'innamorato, con un'insolita fissit. L'indomani il principe non la trov pi: i familiari giurarono che nella notte gli altri polli l'avevano uccisa a colpi di becco. Ancora una volta, il principe fugg a Napoli e si lav le mani, disperatamente.
Ma i bolognesi, che si ostinavano a vedere soltanto il lato umoristico della cosa, continuavano a chiamare l'innamorato Spada: il Principe degli Zabaioni.
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6. L'INNAMORATO DEL MARE.
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Se, in estate, il buon vento vi porter sull'Argentaro, e, al di sopra della baia glauca di Santo Stefano, al disopra della grigia maremma Grossetana, vedrete ad un tratto alzarsi nel cielo le montagne azzurre di Santafiora e la fronte dell'Amiata, nel vostro spirito, anche se poco incline a fantasie poetiche, si affolleranno fantasmi brillanti e leggeri, pi brillanti del mare, pi leggeri del vento.
Il Tirreno morde con giovanile esultanza il duro fianco dell'Argentaro. La poesia avventurosa del mare turbina intorno a voi. Alle vostre spalle, la rocca spagnuola di Santo Stefano vigila le acque ma le acque scivolano, sul fianco del monte, si insinuano frusciando tra pietra e pietra, addentano la roccia e vi scolpiscono figure ciclopiche e vi scavano grotte piene d'ombra fredda. L, in una grotta che il popolo chiama ancora "dei mori", forse il pirata arabo o l'antico pirata fenicio nascose pi volte la sua calda preda. Tutto il mare in questo festoso groviglio di onde, di pietre, di riflessi, di memorie, ha un inebbriante odore di preda.
Fu quest'odore forse che, attraverso la squallida maremma, attraverso le montagne di Santafiora, giunse in una notte d'estate sino all'agile lupa senese. Siena sogn di discendere al mare, di farsi il suo porto l, dinnanzi a voi, a Talamone, e di riempire di vele senesi questa abbagliante marina.  un sogno di cui Dante rise ma che voi potete risognare impunemente in una notte d'estate quando innanzi a voi la fresca luna sorge sull'alto squallore dell'Amiata. Sull'Argentaro, intorno a voi, si danno convegno e si conciliano i poeti d'ogni razza.
Giosu Carducci, scolaretto ad Orbetello, vide per la prima volta sull'Argentaro "la diva sembianza di Omero" e, ritornando verso l'Argentaro da Civitavecchia, chiese men tristi fantasimi a "Guglielmo, re dei poeti, dall'ardua fronte serena". Innanzi alla tremula marina, innanzi alla dolce maest dell'Amiata, Guglielmo Shakespeare vi dar pel vostro sogno marino i pi lievi fantasmi del suo "Sogno d'una notte di mezza estate". Infine l, tra l'isola del Giglio e la costa, lo spirito naufrago di Shelley accompagner le vostre notturne fantasie con la musica inebbriante del mare.
Fingete dunque Siena discesa sul Tirreno, a Talamone. La misera cittaduzza maremmana, corrosa dai miasmi, si trasforma rapidamente. Ecco, in pochi anni, una piccola Siena tutta marmi policromi a specchio del mare. Il navigatore senese, ritornando dall'Oriente, appena entrato nel canale tra l'Argentaro e l'isola del Giglio, vede gi innanzi a s, sulla riva lontana, qualcosa che somiglia ad una lunga freccia piantata dritta sul suolo.  una nuova "torre del Mangia" costruita a Talamone perch il marinaio senese, dopo tanto navigare, abbia una prima immagine della patria. Il marinaio senese si avvicina sempre pi al suo porto e gi vede biancheggiare un Duomo che par quello di Siena venutogli incontro sulle onde. Il marinaio scende sulla banchina popolosa ed ecco che Iacopo della Quercia gli ha preparata un'altra "Fonte Gaia", tutta fresca d'acque e di marmi. Finalmente, prima di riprender la via di Siena, il marinaio sale al palazzo a render conto della sua navigazione, ed ecco che nel palazzo portuale, affollato di mercanti d'ogni paese, di "ammiragli" senesi e di fiorentini motteggianti, un pittore illustre, un Lorenzetti o un Pinturicchio, ha dipinto in grandi affreschi le glorie marinare della repubblica di Siena.
Attorno a Talamone, ai due lati della strada che conduce alla metropoli, anche la maremma si  trasformata. La campagna  verde e fiorita come nei sonetti di rimatori senesi e come nella gaia Inghilterra di Guglielmo Shakespeare. Il marinaio vede i cavalli venirgli incontro a frotte dal cerchio verde-pallido dell'orizzonte. Trova gi le splendide brigate senesi che l'aprile sospinge nei prati:
D'april vi dono la gentil campagna
tutta fiorita di bell'erba fresca,
fontane d'acqua che non vi rincresca,
donne e donzelle per vostra compagna,
ambianti palafren, distrier di Spagna
e gente costumata a la francesca,
cantar, danzar a la provenzalesca
con istromenti novi della Magna
Folgore da San Gemignano celebra le cacce di Siena come Guglielmo celebra nel suo "Sogno" le cacce d'Inghilterra, "i cani anelli dal color di sabbia e dalle grandi orecchie pendule, umide di mattinale rugiada". Abbandonate la cacce, i dodici giovani della famosa "brigata spendereccia" son gi calati al mare e con una flotta di navigli leggeri, guizzanti a gara, disseminano pazzamente sulle onde la loro ricchezza. Ghino di Tacco non  pi il terrore delle campagne senesi: anch'esso  sceso alla marina e s' fatto pirata e riempie della sua fama il Mediterraneo. I conti di Santafiora non hanno pi battaglia coi senesi: anch'essi sono sul mare, ammiragli superbissimi. Omberto di Santafiora, il superbo indomabile, solca il Mediterraneo con una galea dalle grandi vele, pompose d'oro e di rosso. I marinai di ogni paese distinguono da lungi, sull'ampia solitudine delle acque, la "vela senese" splendida e lieve come una farfalla.
Or fu giammai
gente s vana come la senese?
L'ardore folle di Siena ha gi invaso tutti i mari. I suoi mistici da Talamone volgono la prora all'Oriente e diffondono nella Siria l'estasi e il dolce linguaggio della fiera citt toscana. Santa Caterina non scrive pi lettere ai principi d'Europa, ma va sulla nave senese trionfante, per le splendide vie dell'oceano e, fiera e sola, dall'alto della prora parla a principi cristiani ed arabi nei porti celebri d'Europa e d'Asia. Enea Silvio Piccolomini rinuncia a Roma e al soglio pontificio: uomo d'avventura quanto altri mai, egli vuol definitivamente fondar sul mare la gloria di Siena. Pi scaltro e pi animoso di Ulisse, egli alla marina senese gi fiorente sa dare un incomparabile splendore. Siena e non Venezia, diventa la grande citt Europea, il pi splendido focolare della civilt mediterranea, la plus triomphante ville.
Il secolare sogno talassocratico di Siena si  finalmente attuato. In estate, tutta Europa trae a Talamone per assistere alla smagliante festa annuale, al "pallio marino". Tra le grida animatrici di un'immensa folla che s'addensa sulla riva, la giovent senese, paganamente ignuda, spinge nell'onda i cavalli e li fa correre a cerchio intorno a una nave su cui trionfano la croce e il gonfalone di Siena.  una ridda folle di tritoni scapigliati, spumanti. Spesso l'onda travolge cavallo e cavaliere: quando il cavallo non s'affonda nella sabbia, il cavaliere deve difendersi dalle sferzate dei concorrenti che fan "levar le berze". Deve difendersi e deve sferzare a gara, tra l'ansar schiumoso dei cavalli pieni di rabbia e di terrore. Alla scena paganeggiante, Omero e Shakespeare assistono dall'alto dell'Argentaro.
Ma ai due grandi, un terzo gi si avvicina, dal profilo d'aquila, dal labbro sdegnoso. Nel "pallio marino" egli non vede che la croce, unica fulgida realt: tutto il resto per lui  vano. Per lui Talamone resta la povera cittaduzza corrosa dai miasmi della maremma e gli "ammiragli" restan poveri sognatori. Caccia d'Asciano e gli "spenderecci" non sono che scialacquatori spregevoli, Omberto Santafiora  un insopportabile superbo e Siena tutta, una povera citt come tante altre, senza senno e senza marina.  tempo oramai che il vostro sogno dilegui dinnanzi all'austero profilo di Dante. Stropicciatevi gli occhi e guardatevi bene intorno. Nessuna "vela Senese"  sul mare. Siena  l, lontana lontana, e dorme dietro le montagne di Santafiora, dietro l'alto squallore dell'Amiata. La Maremma, che vi sta dinnanzi grigia e muta, non ha mai cessato di essere la Maremma. Non sentite che fra tanto turbinio di memorie, fra tanta vanit di immagini, una sola memoria, una sola immagine resta su questo tragico orizzonte maremmano? Non sentite dal fondo della Maremma voce soave che vi riconduce alla immutevole realt dolorosa?
Ricordati di me che son la Pia.
...
Quando entrate in Siena, vedete una palazzina che il popolo chiama ancora della Consuma perch fu fatta costruire da una brigata di giovani che vi consumarono in pochi mesi, in pranzi e in feste, duecentomila fiorini d'oro, cio, press'a poco, quattro milioni e mezzo della nostra moneta. Sulla facciata, una lapide ricorda che Dante biasim acerbamente questa brigata spendereccia, ma i popolani senesi, per una volgare confusione, se chiedete loro notizie della Consuma, vi rispondono quasi sempre: "Ah, ho capito!  quella palazzina in cui Dante si mangi tutti quei milioni!".
Se entrate nella casa, nulla pi vi parla di tanto splendore, ma se vi spingete sino al giardino, troverete, fra il silenzioso verde, qualche memoria dei giovani spensierati. Durante l'estate, ai suoi bei tempi, quel giardino fu pieno di canti e di fiori. Una fontana era l e in quella fontana la brigata spendereccia, per una nuova bizzarria, profuse i suoi ultimi fiorini d'oro e trov la morte. La storia della fonte fresca e micidiale val la pena di essere raccontata. Quella di Siena  un po' la storia di tutte le citt interne d'Italia che, per sfogar l'ardore del sangue, non trovarono innanzi a s le vie del mare.
Gli spenderecci non avrebbero voluto saperne di acque n nella loro casa n nel loro giardino perch s'erano oramai persuasi che per l'estate fossero molto pi piacevoli i trebbiani senesi e il succo di quella uva che  detta vaiano. Il loro poeta, Folgore, di luglio consigliava "piene inguistare di trebbiani e li ghiacci vaiani" e in agosto raccomandava, alla brigata senese, trenta castella in una valle d'alpe montanina ben lontana da ogni vento di mare. Questi bontemponi del colle avevano dunque, in generale, pochissima simpatia per l'acqua dolce o salata e non  quindi da meravigliarsi se arricciarono tremendamente il naso quando uno di loro, il pi giovane, Fainotto, si mise ad un tratto in capo di fare una bella fonte nel giardino. "La chiamer Fontenave" andava dicendo Fainotto che, sempre fantastico, doveva aver fatto uno strambo disegno.
Dopo molto scavare tra gli alberi, finalmente uno zampillo fu trovato e allora Fainotto s'affrett a far venire marmi neri e bianchi per formare un ampio bacino quadrato in mezzo a cui doveva sorgere una lupa di bronzo tra le cui mammelle sarebbe stato ingegnosamente ripartito lo zampillo. La lupa avrebbe puntato le zampe su d'una isoletta quadrata di marmo nero intorno a cui l'acqua della vasca avrebbe formato una cornice di trepido smeraldo.
- Ecco del denaro male speso! - sentenziarono gli spenderecci quando il loro giovanissimo testardo li ebbe adunati nel giardino per far loro vedere la fonte compiuta. In segno di pentimento per quell'indegno sciupo, fu fatto, la sera stessa, un banchetto che cost alla brigata otto volte di pi di quel che era costata la fonte.
- Che ne farai ora? - chiedevano Niccol, Caccia d'Asciano, Bartolo, Nugaro, l'Abbagliato, lo Stricca e gli altri giovani compagni di Fainotto - Non vorrai certo bere di quell'acqua!
- Altro che bere? Vedrete!
Il misterioso Fainotto cominci allora un nuovo armeggio. Chiam a s nella palazzina della brigata un vecchio marinaro di Pisa, fece venir tronchi d'abete, asce e bitume, e poi si chiuse col vecchio nelle stanze terrene che ben presto rimbombarono di colpi. Tratto tratto i colpi cessavano e allora s'udiva il vecchio cominciare un mormoro sommesso.
Che cosa poteva narrare quel vecchio marinaro al giovane senese? Qualcosa che certamente lo turbava assai perch oramai Fainotto sedeva a banchetto con aria sempre pi pensosa e fissava sempre pi lo sguardo nel vuoto come se, mentre gli spenderecci gli gavazzavano intorno, il suo pensiero fosse lontano lontano. Quando i compagni lo costringevano a bere oltre misura, Fainotto cominciava a far pazzie d'un nuovo genere: o remava affannosamente con due invisibili remi o, con lo sguardo infossato, scrutava un'immensa distesa o, brandendo qualche massiccio vaso, piombava ad un tratto sulla tavola imbandita, urlando: "Agli uncini! Arremba, arremba!".
- Ma che ha questo demonio? Che vede e che sogna? - chiedevano esterrefatte le donne che banchettavano con gli spenderecci. Fainotto era un ruvido per cui le giovani di Siena erano sempre in pensieri.
Per dir la verit, da qualche tempo non solo le donne, ma tutta la brigata spendereccia era in pensieri per l'impetuoso Fainotto. Da che gli era spuntato il pelo sul mento, egli non aveva fatto che gridare e tempestare in Palazzo e nella piazza e per le vie perch si andasse a Talamone e a Talamone la repubblica di Siena avesse la sua marina. Aveva importunato tutta Siena, aveva anche pi volte tentato di persuadere i senesi a colpi di mazza e di spada; ma quando, finalmente, ritornato dal bando, aveva compreso che bisognava che Siena rinunciasse per sempre alla marina, aveva dato tutti i suoi fiorini e tutto s stesso alla brigata spendereccia e da qualche mese, nelle feste e nei banchetti, pareva che la sua smania si fosse placata.
Ecco che invece si riaccendeva ad un tratto pi tormentosa che mai. Una bella mattina, gli spenderecci dovettero accorgersi che essi ospitavano una nave al pianterreno della loro palazzina, una piccola nave armata di tutto punto, col gonfalone senese sull'albero di maestra. Sul piccolo scafo era appena il posto per un uomo.
- Ecco finalmente l'ammiraglia senese! - disse Fainotto con un sorriso un po' amaro additando alla attonita brigata spendereccia, la piccola nave che il vecchio pisano gli aveva costruita. - Oggi la faremo calare sulle acque ed io ve la difender sino alla morte!
- Che vuoi fare di codesto giocattolo? - dissero gli spenderecci sforzandosi a ridere. - Se si sapr fuor di qu questa tua nuova pazzia, quei maledetti fiorentini che gi ci chiamano, per ischerno "gli ammiragli", faranno di te e della brigata nostra la favola di Toscana. Sta allegro con noi, Fainotto, e lascia star la marina.
Fainotto non rispose; aiutato dal vecchio pisano, port la pavesata nave sino alla fonte, la fece calare nelle acque, piano piano, con una dolcezza paterna guard se fosse bene equilibrata e poi, disceso sul piccolo scafo, trasse un arco e una freccia, e rivolto ai compagni che stavano sull'orlo della vasca, grid con un ghigno feroce:
- Ecco la marina di Siena: guai a chi osa riderne!
Nessuno rise, ma quella sera il banchetto non fu allegro bench vi fossero "starne roste con gelatina ismisurata e gioveni fagiani e lessi capponi e capretti sorvani". Malgrado tutta quella grazia di Dio, gli spenderecci erano di cattivo umore e due o tre volte mormorarono fra di loro intorno all'assorto Fainotto perch la notizia di quella sua nuova stramberia era gi trapelata in Siena e tutti i senesi ne avevano riso durante la giornata. E, quel ch'era peggio, non solo i senesi, ma anche alcuni mercanti fiorentini ne avevano gongolato ripromettendosi di farne un carnevale al loro ritorno a Firenze.  vero che di cinque ch'eran quegli allegri mercanti fiorentini che volevan ridere a Firenze, quattro eran gi stati pugnalati, ma il quinto era gi in via per la maledetta citt del Fiore e forse correva per arrivar pi presto a raccontare la nuova pazzia di Siena e della sua brigata spendereccia.
Ma Fainotto, l'ammiraglio spendereccio, col passar dei giorni, s'innamor sempre pi della sua piccola nave e della sua piccola marina silenziosissima a pi dei giganteschi cipressi. Tutto armato, remava senza fine intorno alla fiera lupa bronzea che puntava le zampe muscolose sulla isoletta quadrata. Tratto tratto, presso un angolo, egli fermava la navicella accanto al nero marmo e, cercando con la bassa fronte la freschezza della pietra, rimaneva assorto in un glauco sogno marino, fingendosi appartato in una minuscola insenatura dell'Oceano e sognando di vedere improvvisamente, allo svoltar dell'angolo, non pi l'angusta zona della fontana ma un aperto, immenso Oceano pieno di galee opime, armate a battaglia. Tutte le ricchezze dell'Oriente, tutti i drappi e le schiave del Soldano erano sulla superba armata nemica: ovunque, sullo scintillante mare, erano splendori di gemme e riflessi di acciaio. Egli sentiva nella sua vela, nei suoi muscoli, la forza leggera del vento. L'alito puro del mare sognato pareva gli bruciasse il core.
- Esci di l, pazzo - gridavano gli spenderecci dalle finestre della palazzina - esci di l o noi dovremo cacciarti dalla nostra brigata. Tu ci fai diventare il ludibrio della Toscana!
- Guai a chi s'avvicina all'ammiraglio senese! - rispondeva con torvo accento Fainotto levando il capo e guardando con gli occhi infoscati.
Tutti i monelli di Siena cantavano gi la canzonetta dell'"ammiraglio Fainotto che va in mar col vento in poppa" quando Niccol, Caccia d'Asciano, Bartolo, Nugaro, l'Abbagliatato, lo Stricca e gli altri della brigata spendereccia, decisero di sbarazzarsi, a ogni costo, del loro incomodo compagno.
Una sera, dopo essersi ancora una volta rifiutato di lasciar la nave e la fonte e la brigata, Fainotto vide ad un tratto comparire di tra i cipressi del giardino, sui quattro lati della vasca, tutti i compagni caldi di vino e di rabbia e i loro famigliari armati d'archi e di picche.
- Vattene, Fainotto, sull'istante, se vuoi uscirne vivo! - grid Niccol che traballava.
- Mai! - rispose Fainotto dalla sua navicella tendendo l'arco. - Vedrete come sa morire un ammiraglio senese - e si fece il segno della croce.
Nel silenzio del verde giardino, la brigata micidiale strisci presso all'orlo della vasca cercando il punto migliore per frecciare l'ammiraglio. Dalla palazzina giungeva di tanto in tanto, un sommesso angoscioso voco. Le donne, che erano state rinchiuse nella sala del banchetto, si consultavano affannose.
Una prima freccia si conficc nel timone della navicella e la fece vibrar tutta. L'ammiraglio s'alz in piedi, mir per un attimo e una freccia si conficc nella spalla di Caccia d'Asciano. Il giovane cominci a torcersi urlando sull'erba e allora, dimentichi del pericolo, tutti sorsero di nuovo intorno alla fontana e raggruppatisi contro l'angolo cui si appoggiava l'ammiraglio, gli lanciarono una scarica di frecce e sporgendosi dall'orlo cominciarono a pungerlo spietati con le picche.
L'ammiraglio, sempre in piedi sul lieve scafo, pallido e sanguinante, s'appoggiava col dorso al marmo e tentava strisciare d'angolo in angolo per sfuggire alle picche. Ma le punte lo raggiungevano, lo incalzavano da tutti i lati. Tratto tratto, sicuro del colpo, egli faceva ancor scoccar la freccia ed ogni volta era un urlo. Ma l'ammiraglio grondava gi sangue da ogni lato e, ben presto, non reggendo pi, cadde nell'acqua. Fu allora una caccia selvaggia come ad un cinghiale caduto nel fosso: tutta la muta si lanci contro quel corpo che si dibatteva ancora guizzando. Finalmente, dopo un ultimo rantolo, fu silenzio...
L'ammiraglio senese giaceva immoto sulla riva marmorea del suo Oceano. Dall'interno della palazzina giungevano ancora nel giardino le voci delle donne. La brigata spendereccia si disperdeva rapida nella notte, per sempre.
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7. GLI INNAMORATI DEI SOGNI E LO SCARABEO.
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Se guardate "L'Isola dei morti" di Arnoldo Bcklin, non potete fare a meno di chiedervi con un vago spavento "chi sar fra quei cipressi?" Volete conoscere l'ombroso mistero di quel bosco? Chi scrive, vi approd con Arnoldo Bcklin in una lontana sera piena di uno smanioso scirocco che suscitava e inaridiva nel sangue e nel mare fugacissimi germi oscuri.
Fra quei cipressi,  la schiera del corruccio, la schiera dei giovani che avrebbero mutata la faccia del mondo se la morte non li avesse recisi. Sono innumerevoli, di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Stanno in cerchio, appoggiati alle rocce, con la testa coronata di giacinti.
Quali brividi correvano in quella smaniosa sera per quella mesta aiuola? Mastro Arnoldo si avvicin a uno che pareva pi corrucciato degli altri e gli domand: - Che cosa avresti tu portato laggi, nella terra lontana?
- Io avrei fatto dell'uomo - rispose il giovane - un irrequieto signore degli Oceani, una specie di Tritone muscoloso come quelli che tu dipingi: fui cartaginese, il pi disgraziato fra i cartaginesi...
- Sei forse un eroe di "Salammb"?
- No! Fui disgraziato sol perch morii troppo presto, tanto presto che non potei al di fuori tracciare neppure una linea del disegno che dentro mi si veniva formando.
Avevo vent'anni quando, al seguito del nostro Annibale, giunsi in Ispagna notte e giorno pensando ad incendiare Roma e a disperderne le ceneri. Il nostro condottiero mi aveva messo a capo d'una piccola schiera di mercenari greci ed io avevo gi infuso nei miei tanto furore di strage che il condottiero, il grande Annibale, quando giungemmo ai Pirenei, mi chiam ad un tratto presso di s e picchiandomi scherzosamente su d'una spalla col duro pomo della daga, mi disse "Tu mi piaci da qualche tempo e tu mi sembri gi un lupaccio tale da poterci aprire la via fra queste gole".
Io vedevo gi Roma fiammeggiare, io sentivo gi qual'era la pi dritta via per colpire al core la grande nemica. Maestro di sottigliezze a Cartagine, intravedevo gi il mezzo sicuro per dominare la gelosa invidia dei cittadini. Mi ardeva nell'anima una tal febbre di conquista che pi volte nella notte, trovandomi a vegliare presso Annibale, nella breve ora del suo ruvido sonno, un brutto pensiero mi assal. Non cedetti ma avevo gi formato vagamente il proposito di uccidere Annibale in Italia se egli avesse tardato a distruggere Roma. Io avevo avuto da natura, meglio che Annibale, tutto quel ch'era necessario per vincere la terribile nemica e stabilire l'impero fenicio: solo la brutale stoltezza del caso poteva impedirmelo. Avrei disperse le tracce di Roma sotto un'immane ondata di popoli africani e tutti i mari avrei riempito di trionfanti vele fenicie. Una razza marinara, innumerevole, irrequieta, avrebbe per secoli governato il mondo, che sarebbe oggi tutto pervaso dalla forza e dagli splendori dell'Oceano. In ogni pi piccola insenatura delle coste terrestri sarebbe ora un porto e una nave. La febbre ardimentosa dei traffici avrebbe, molti secoli prima di Colombo, portato gli uomini alla scoperta di tutte le terre. Quella che voi chiamate America, avrebbe ora duemila anni di storia gloriosa e leggende marinare ed Odissee anche pi nobili di quella d'Omero. Ovunque canali e navi rapide. Immense citt galleggianti, effimere e celebri, sarebbero sorte qua e l come fiori immani in mezzo all'odorante distesa del mare ed immense citt subacquee di cristallo, illuminate da una perpetua luce azzurra, sarebbero sorte dall'algoso fondo fra le rosse foreste coralline piene d'un flaccido vagare di polipi multicolori. Una incantevole mitologia sub-oceanica avrebbe occupata la fantasia degli uomini e avrebbe fatti pensosi i loro occhi glauchi in cui si sarebbe rispecchiato il silenzio di mari infiniti. Mi sarebbe bastato vivere altri venti anni per dar tutto questo al mondo: la morte mi colse alle spalle. Mentre traversavo i Pirenei durante una tempesta, fran il suolo ed io e la mia piccola schiera fummo inghiottiti per sempre. Il mio oscuro nome s' talmente perduto nel tempo ch'io stesso appena so ritrovarlo...
Allora per la prima volta, la silenziosa fraternit che aveva sempre regnato fra quegli spiriti corrucciati, parve turbarsi. Il vicino del Cartaginese si tolse alla stretta della sua mano e lo guard quasi accigliato.
- Poco male se questa tua opera fu impedita dalla morte precoce: se tu avessi compiuta la tua, io, cent'anni dopo, non avrei pi potuto compiere la mia che sarebbe stata ben pi grande. Io avrei percorsa all'inverso la via d'Alessandro: la natura mi aveva fatto tale da poter sommuovere e guidare sino all'estremo occidente una enorme invasione asiatica. Io era tesoriere alla corte di Antiochia, alla corte grecizzante di Antioco Epifane: mio padre era un ebreo ellenizzato e mia madre una greca di Chio. Avevo nell'anima la torva smania della razza paterna temperata dalla scaltrezza della razza ellenica. Avevo gi viaggiato l'Europa e l'Asia sino agli estremi confini e avevo gi con acuta prontezza compreso quel che si richiedeva a riunire in un sol fascio e a sommuovere verso l'Occidente i popoli asiatici, dall'India alla Persia. Tutta Europa ne sarebbe stata pervasa e trasformata. Antiochia sarebbe stata il centro d'un breve e sanguinoso Impero di Geova che avrebbe affannosamente sradicate e stravolte tutte le nazioni e gettati i Romani nelle Indie e i Persiani nella Spagna fra orribili rivolte e feroci stragi in olocausto a Geova, all'unico Iddio. L'acre seme ebraico avrebbe fruttificato in ogni sangue e meravigliosi drammi avrebbe avuto la storia. Un meraviglioso fiorire di religioni avrebbe coperta la terra. Non il mare ma il cielo avrebbe trionfato: sarebbero sorti verso il cielo innumeri fiori celesti e sanguigni, puri e armoniosi nel calice come un sogno di Platone e carnosi in fondo allo stelo e brucianti come il cor d'un profeta. Io avevo gi tutto disposto per iniziar la mia opera: gi la mia parola cominciava a sommuovere Antiochia, quando, nelle scuderie reali, un cavallo bianco, con un improvviso orribile calcio, mi squarci la mascella. A mala pena sopravvissi al colpo e trascinai ancora per cinque anni un'orribile vita poich mentre il mio spirito sempre pi chiaramente vedeva l'immortale opera da compiere, la mia bocca stravolta non poteva pi formar parole e la mia faccia contraffatta mi faceva oggetto di scherno anche pei migliori.
Parve allora che quella schiera di spiriti ch'era stata sempre cos unita nel suo silenzioso corruccio, si dividesse, si agitasse ognor pi. Ognuno pareva oramai chiudersi in una sdegnosa solitudine.
- Non quel che tu avresti fatto, o ebreo grecizzato, ma quel ch'io avrei fatto, avrebbe dato agli uomini un po' di felicit! - diceva un giovane alto e biondo, una specie di atleta candido dagli occhi ceruli. - Io nacqui in un villaggio di Svezia nel 1240 e vissi fra le onde e le rocce come irsuta bestia sino alla sera in cui, suonando l'Ave-Maria, sentii per la prima volta dai boschi, dalle rupi, dal mare salire un canto dolcissimo. Seppi allora per la prima volta la purezza amara delle lacrime e vagai soavemente sperduto sino a che, all'alba, non mi sorse innanzi la nera croce del convento. Di l mi sarei io mosso per far rinverdire il mondo se un frate, scherzando con un'arma, non mi avesse mortalmente ferito. Io avrei fatto rinverdire di pure fronde il santo legno della croce, avrei fatta ritrovare agli uomini la voce e la bellezza di Dio in ogni voce, in ogni forma della natura. Un giovanile entusiasmo, calando dal Nord come una crosciante tempesta primaverile, avrebbe tutto purificato, dissolvendo le citt del mondo e riconducendo gli uomini ad una lieta semplicit agreste. Roma non avrebbe saputo resistere alla tempesta da me suscitata. Un esercito di entusiasti irrefrenabile avrebbe sgretolate tutte le citt celebri. Una melodia pastorale si sarebbe diffusa su le tristi rovine...
- Che  mai, questo - diceva un giovane aitante e roseo - che  mai questo, paragonato a quel che avrei fatto io che morii paggio alla corte di Giuseppe II? Io avrei potuto far trionfar l'Occidente sull'Oriente. Io avevo gi meditato ogni parola, ogni pensiero del grande Federigo di Prussia e vedevo gi chiaramente quel ch'eragli mancato per divenir l'arbitro d'Europa e del mondo. Figlio di una francese e di un austriaco, io aveva la ferrea volont tedesca, illuminata dall'agile grazia celtica, il fervore dell'idealismo germanico congiunto alla euritmica rapidit dei latini. In meno di quattro anni avrei saputo farmi capo d'una ferrea confederazione germanica che, con la forza delle armi, in vent'anni, soffocando i germi rivoluzionari francesi ed assimilandoli in parte, avrebbe diffusa su tutta l'Europa la metodica volont e l'idealismo dei Germani. Ed io avrei fatto quel che il Crso non seppe: avrei saputo far trionfare l'Europa sull'Asia, l'idea sul numero; avrei portato i soldati di Europa fino all'estremo Oriente, avrei riempito il mondo di nobili idee e di opere poderose. Una notte allegra di Vienna, il sorriso d'una equivoca ballerina, un oblio, una malattia orribile e tutto precipit, ad un tratto, in una rapida, ignominiosa agonia...
Il grave silenzio dell'isola era ormai ovunque turbato da un vociar tumultuoso; ognuno degli spiriti corrucciati, inveendo contro tutti gli altri, voleva oramai dir la sua inutile storia. Ad un tratto, dall'alto delle rocce, da quel breve chiaror di cielo che voi vedete nel dipinto sovrastare all'isola, una voce forte e soavissima impose il silenzio.
- Che dovremmo dir noi, spiriti, che fra migliaia d'anni saremo sulla terra e vi faremo cose assai pi belle di quelle che voi avreste fatte? - chiedeva la voce misteriosa fra il muto stupore dei corrucciati. Io sar sulla terra fra molti anni e sar il persuasor del silenzio, quello che insegner agli uomini a tacere e ad intendere per la prima volta le ineffabili musiche che suonano nell'intimo dell'essere.
- Fattosi il silenzio - disse un altro spirito venturo - passate altre migliaia d'anni, io, fra quelle ineffabili musiche, fra quelle misteriose vibrazioni dell'essere sentir per la prima volta un sommesso anelante messaggio che ci perviene da vite pi alte che palpitano in astri innumerevoli, disseminate per l'infinito, vite pi alte che da secoli invano ci chiamano attraverso l'etere. Io intravveder per il primo nell'Infinito uno sconfinato, palpitante giardino di cui lo spirito umano non sar che uno dei pi umili fiori. Che sono i vostri imperi terrestri in confronto di questo impero che io per il primo additer alla terra?
- Io - aggiunse una terza voce - scoprir le vie e le vite di nuovi imperi celesti in confronto dei quali questo primo sembrer una molecola: miriadi d'astri migliaia di volte pi grandi e pi luminosi del sole; abissi di luce.
- Quando tutti i vecchi astri consunti - disse una quarta voce - si fonderanno insieme e diverranno molecole di nuovi astri tanto grandi e perfetti che per i nuovi loro abitanti l'universo quale  oggi, divenuto incomprensibile, si chiamer chaos come si chiama chaos l'universo di ieri divenuto incomprensibile per voi, io porter nel rinnovato universo quel po' che la terra, il piccolo pianeta scomparso, avr seminato di buono nell'Infinito e nuovi fiori nasceranno nello sconfinato giardino che eternamente si rinnova, pervaso dalla feconda bellezza di Dio.
...
Eccovi ora il rovescio della medaglia.  una conferenza scientifica del nostro incomparabile biologo Spallanzani:
Signori e Signore,
sino ad oggi, le ipotesi secondo cui le altre innumerevoli stelle avrebbero potuto avere fenomeni di vita animale e vegetale analoghi e quelli che ci offre sulla Terra, questa "vaga d'erbe famiglia e di animali", erano ipotesi che godevano pochissimo credito in biologia. Concepire l'universo come uno sconfinato giardino e come un immenso serraglio, pareva cosa pi poetica che scientifica. In ogni modo, l'originalit creatrice del nostro pianeta non si metteva neppur in dubbio: dato e non concesso che anche le altre stelle avessero fiori ed animali, essi non avevano certo neppur la pi lontana parentela coi nostri, opera particolare della nostra mirabile stella. Nella vastissima famiglia di quelle piante che si chiamano volgarmente "rampicanti", si era notato, per esempio, che, mentre tutti i tipi della famiglia si arrampicano e si avvolgono secondo una certa spirale, uno solo, per un inesplicabile spirito d'eccezione, si avvolge secondo una spirale opposta a quella tradizionale di tutta la famiglia. Si era pensato per un momento che il seme di questo solitario tipo antagonistico fosse piovuto sulla terra entro qualche bolide, entro qualche frammento di una stella che avesse avuto un movimento di rotazione opposto a quello del nostro pianeta. La spiegazione parve poetica a tutti gli scienziati convinti pi che mai dell'autonoma genialit inventiva della nostra bella Terra.
Ebbene, da un anno, questa fiera convinzione ch'era forse un tardo riflesso scientifico delle vecchie dottrine che facevano della Terra il centro e il capolavoro dell'Universo, quest'umano orgoglio di splendid isolation nell'universa creazione, ha dovuto umiliarsi ed  stato proprio un figlio della razza umana pi imperialistica quello che ha fatto svanire per sempre l'impero esclusivista che, fra il brulicare degli astri, il nostro pianeta tentava ancora di ricostruirsi sulle nebbie del suo giovanile spirito orgoglioso. Un insigne biologo inglese, il professore Rascal, che sta facendo una serie di conferenze all'Universit di Boston, studiando il sistema nervoso d'un insetto, ha potuto stabilire in modo matematico che la specie cui l'insetto appartiene, ha vagabondato per innumerevoli astri prima di capitar sulla Terra. L'insetto di cui si tratta  uno scarabeo rarissimo che il pr. Rascal ha trovato nel Brasile ed ha batezzato col nome di Nuncius sidereus cio "Ambasciatore delle stelle". In un volume che s'intitola appunto Nuncius sidereus, il Rascal ha pubblicato ora i primi risultati dei suoi studi su questo insetto, risultati sorprendenti, che capovolgono improvvisamente quasi tutti i concetti fondamentali della biologia in particolare e della scienza in generale.
Il Nuncius sidereus  il pi piccolo, il pi nero e il pi goffo degli scarabei. La sua anatomia  piena di strane contraddizioni e le sue abitudini sono singolarissime. Un paio di gambe si muove in un senso e l'altro nel senso opposto, gli occhi sono asimmetrici, i segni incisi sul dorso appartengono ad un'inesplicabile geometria. Soltanto una bellezza ha questo bizzarro scarabeo: la sua piccola corazza rotondeggiante, dura e nera come un diamante nero, tanto dura e tanto nera che brilla di innumerevoli riflessi anche durante la notte quando il Nuncius sidereus va a caccia. Poich questo piccolo scarabeo  un impenitente cacciatore notturno e per questo porta sempre con s sotto la mandibola la sua piccola lanterna. La fiammella  alimentata da una secrezione tossica che emana dal sistema nervoso. Questa secrezione, attraverso una rapida serie di trasformazioni chimiche, giunge sino all'apparecchio combustore ch' sotto la mandibola, giunge cio sino alla microscopica lanterna di cui essa  l'olio, l'essenza fluida. Non  certo la luce d'un faro ma quel pallidissimo disco, non pi grande di una moneta di due soldi, che il Nuncius sidereus pu proiettare sulle umide erbe su cui cammina durante la notte, gli  pi che sufficiente per sorprendere i minuscoli insetti addormentati cui quell'improvvisa lampadetta del Nuncius sembra enorme ed abbagliante come una stella di prima grandezza.
La cosa, per quanto singolare, non aveva ancora nulla di sorprendente; era naturalissimo che l'insetto avesse organi speciali che gli permettessero di provvedere alle sue specialissime necessit pratiche di cacciatore notturno. Il Rascal volle soltanto accertare allo spettroscopio la natura chimica delle sostanze che alimentano la fiamma della lanternetta e fu allora che cominciarono le sorprese, ma prima di sentirle, dovette capire esattamente quel che sia l'esame spettroscopico. Lo spettroscopio  un apparecchio che, per ogni fonte luminosa, ci rivela le sostanze da cui la fonte  alimentata. Ogni fonte luminosa, esaminata allo spettroscopio, a seconda di queste sostanze e del loro diverso raggruppamento, d un particolare "spettro" cio una particolare distribuzione dei colori fondamentali, con linee e zone caratteristiche per ogni fonte. La luce solare, per esempio, ha un suo "spettro" con una caratteristica distribuzione dei colori in zone o righe pi o meno alte. Nello spettro solare, la riga d, per esempio, rivela la presenza del sodio nella fonte luminosa e tutte le volte che vedrete nello spettro questa caratteristica riga d, potrete star sicuri che nella sorgente luminosa da voi esaminata, entra il sodio: e cos via per gli altri minerali. Con lo spettroscopio si  potuto accertare quindi di quali minerali sia fatto il sole, ma poich il sole non  che una delle fonti luminose, fra le innumerevoli che sono nell'Universo, si sono esaminate allo spettroscopio anche tutte le altre stelle e poich ogni stella ha il suo caratteristico spettro, per ogni stella si pu dire oggi con certezza di quali minerali sia composta. Lo "spettro" , in un certo modo, il ritratto, il dato d'identificazione pi sicuro per ogni astro: come, nel sistema poliziesco del signor Bertillon, ogni vagabondo sospetto e sconosciuto  identificato subito per mezzo di una fotografia o d'una impronta digitale depositata in un apposito archivio, cos noi, nel nostro piccolo archivio delle stelle, per mezzo dello spettro, possiamo immediatamente identificare ognuna di queste vagabonde del cielo e saper subito molte cose sul conto suo.
Il prof. Rascal cominci adunque ad esaminare allo spettroscopio la sorgente luminosa che il Nuncius reca sempre con s sotto la mandibola. Questa debole luce dava uno "spettro" assolutamente impreveduto. Lo scienziato inglese, colpito subito da certe analogie, si domandava dove un simile spettro potesse trovare riscontro. Potete immaginare quale fu la sua sorpresa quando, tra i vari scienziati da lui interrogati, l'astronomo Humbug, dell'Universit di Boston, venne a rispondergli sbalordito che lo "spettro" della luce emanata dal Nuncius era matematicamente identico allo "spettro" della stella Gamma del gruppo delle Leucadi. Immediatamente si procedette a un minuziosissimo confronto secondo ogni buona norma scientifica: la identit fra i due spettri era palese, assoluta. Dalla sua lanternetta, il Nuncius emanava gli stessi raggi che emana una stella lontana molti milioni di chilometri dalla Terra. Che cosa poteva esserci di comune tra il piccolo e goffo scarabeo terrestre e quell'immenso astro che si intravede appena nell'immensit, velato di pallori argentini?
Ma non si era che al principio delle sorprese. Continuando le sue esperienze spettroscopiche, dopo due o tre giorni, il professor Rascal scopriva ad un tratto che la luce emanata dal Nuncius non aveva pi lo stesso spettro. Uno spettro nuovo, sostanzialmente diverso dal primo, si proiettava ora sullo schermo. Era tutt'altra cosa! Immediatamente l'astronomo Humbug correva ancora a frugare nel suo archivio e poteva cos ben presto accertare che la nuova luce emanata dall'insetto, era assolutamente identica a quella della stella di Hohenstaufen, scoperta, pochi anni fa, da un astronomo tedesco, una grande stella solitaria che si intravede, col telescopio, al di l della via Lattea, a milioni di chilometri dalla Terra e dalla stella Gamma delle Leucadi. Che rapporto poteva mai essere fra le secrezioni del sistema nervoso d'uno scarabeo e quella grande stella solitaria? E perch, per quale misterioso ordine di cause, lo scarabeo aveva fatto in pochi giorni quel prodigioso salto dalla stella Gamma alla stella di Hohenstaufen attraverso tanto brulichio di astri immensi? Il Rascal non pot darsi alcuna risposta soddisfacente ma, in compenso, lo spettroscopio cominci a rendere il mistero sempre pi meraviglioso. Lo scienziato si accorgeva ben presto che lo spettro mutava ancora e che non la fissit, ma la mutabilit era la sua legge, la sua vita. Dalla stella di Hohenstaufen, in pochi giorni il Nuncius pass, con salti spaventosi attraverso l'Infinito, alla stella di Farewell, al gruppo delle Gallinelle, al pianeta Saturno, ad Aldebarano, alla stella di Rais, alle tre stelle del triangolo di Laplace, alla stella dell'Arco. La pallida luce mutevole che emanava dai nervi del nero scarabeo pareva ormai il riflesso d'un vagabondaggio a zig-zag attraverso l'Immensit.
Era tempo ormai di domandarsi se tanta stupefacente complessit di trasformazioni non fosse l'effetto di una sola causa semplicissima. Pur continuando appassionatamente il suo esame spettroscopico, il Rascal si domand a questo punto se, per avventura, lo strabiliante fenomeno non fosse dovuto agli occhi dello scarabeo, a quei due piccolissimi occhi asimmetrici, duri e neri come capocchie di spillo, che la specie del Nuncius sidereus suol tenere da migliaia d'anni fissamente rivolti alle stelle nel gran silenzio notturno. Per una simpatia misteriosa, attraverso i lunghi silenzi dello spazio e del tempo, i raggi di qualche stella avrebbero potuto in modo particolare impressionare quell'apparecchio visivo meravigliosamente perfetto nella sua delicata tenuit e, attraverso l'apparecchio visivo, per una serie di impercettibili fenomeni di assimilazione e di adattamento, l'energia luminosa dell'insetto si sarebbe potuta assimilare successivamente all'energia delle varie stelle. L'enorme distanza che si era vista intercedere spesso fra l'uno e l'altro astro influente sugli occhi dello scarabeo, si sarebbe spiegata appunto con la bizzarra asimmetria di quegli occhi disposti in modo da poter fissare, indipendentemente l'uno dall'altro, due stelle che apparissero nel cielo straordinariamente lontane l'una dall'altra.
L'ipotesi, voi l'avete gi capito, era troppo ingegnosa per poter reggere a lungo. Una nuova scoperta, anche pi sorprendente delle altre, venne ben presto a darle il tracollo. Il Nuncius vive, in media, un anno: orbene, in un anno le esperienze su d'uno stesso individuo, avevano rivelato una serie di trentasette spettri. Di questi, trentuno appartenevano a stelle cognite all'uomo, ma si osservava gi che una diecina di queste stelle a noi cognite, non avrebbero potuto essere mai visibili agli occhi dello scarabeo perch visibili soltanto in regioni terrestri in cui lo scarabeo non avrebbe mai potuto vivere. Come se non bastasse, si scopr ben presto che i sei spettri non ancora definibili, si riferivano anch'essi indubbiamente ad astri, ma ad astri che l'uomo non conosceva ancora, e che erano probabilmente a distanze favolose dalla Terra. Il piccolo scarabeo ce li annunciava con luminosa certezza, ci raccontava, per il primo, il segreto della loro complessa struttura minerale. Il minuscolo insetto, rotondeggiante, nero, duro come un diamante, era dunque ormai in modo incontrastabile, per l'uomo, un vero Nuncius sidereus, un vero ambasciatore delle stelle. Esso non si era accontentato di contemplar tutte le notti le stelle come fan gli astronomi della Terra, ma aveva vissuto in esse e la sua specie dura e rotondeggiante, sfuggendo agli immani cataclismi, si era rotolata coi bolidi di mondo in mondo gi per l'Immensit come una cascatella di diamanti neri.
Moltiplicando le esperienze, il Rascal ha potuto persino ricostruire la storia di questa tenue e precipitosa odissea attraverso le stelle, di questo nero rivoletto di vita organica vagante sperduto gi per l'Infinito, di questa straordinaria avventura cosmica che ha dato alla Terra la specie bizzarra del Nuncius sidereus. I vari spettri, cio le varie reminiscenze astrali del Nuncius, si succedono sempre con un certo ordine, con un processo analogo alla nostra "associazione delle idee". Si direbbe che, di stella in stella, il nero insetto ami risalire per tutti i gradi astrali per cui pass la sua specie, ami rifare in memoria il suo vagabondaggio millenario sino a ritrovare la stella originaria della specie, che  una delle sei a noi sconosciute, prodigiosamente lontana forse. Questa nativa luce remota, questa luce iniziale,  fra le molte quella di cui pi volentieri il Nuncius illumina la sua melanconica notte di cacciatore terrestre, quella di cui pi si compiace per la guerra e per l'amore, quella con cui preferisce ridestare e abbagliare i pigri moscerini sonnecchianti sulle foglie, quella con cui cerca di raddolcire la sua crudelissima femmina la quale tenta sempre di ucciderlo non appena egli le si avvicini. Per un'incomprensibile associazione, ogni stimolo della vita esterna, provoca nel Nuncius una particolare reazione, una particolare reminiscenza luminosa, il ritorno ad un particolare punto del millenario vagabondaggio astrale, ad una determinata stella in cui forse la specie attravers lo stesso stato psichico che attraversa in quel momento l'individuo. Si direbbe che il piccolo insetto viva soltanto di grandi memorie e che tenti ad ogni istante di risommergere la sua esperienza individuale nell'esperienza luminosa della sua vagabonda specie: quand' irritato, si rifugia nel ricordo d'un'altra delle sei stelle sconosciute, in uno sterminato e odioso mondo giallastro in cui forse la specie sost per molti millenni paziente e cupa entro la corazza nera, in attesa di un altro cataclisma liberatore: quand' interrorito, si rifugia invece nella biancastra e vaporosa stella Gamma delle Leucadi in cui forse la specie, dopo lunghissimo e spaventoso precipitare attraverso lo spazio fra corruschi bolidi, trov finalmente la pace in un morbido squallore di candide rive. Di quali angosciose rovine, di quali affannose trasmigrazioni, di quali millenarie tragedie  dunque piena la storia di quest'Universo in cui la piccola Terra credeva sino a ieri di avere il privilegio esclusivo del dolore e della genialit creativa! Potremo ancora dire orgogliosamente di non avere mai preso nulla dalle altre stelle, di essere i soli depositari della bellezza e del dolore?
Una breve nota ancora sul Nuncius sidereus prima di finire, una breve nota che potr anch'essa sorprendervi. Vi ho gi detto che il Rascal credeva d'aver trovato per il primo questa rarissima specie di scarabei. Qualcuno ha voluto interrogare in proposito il Maspero, il celebre cultore delle antichit dell'Egitto in cui, com' noto, lo scarabeo apparteneva alla simbologia sacra. I maghi egiziani conoscevano duecentosei specie di scarabei e a ciascuna attribuivano una special virt.
Ebbene,  stato dimostrato al Rascal in modo indubbio, che i maghi egiziani conoscevano benissimo la specie che il Rascal credeva d'aver scoperta nel Brasile. Non solo i maghi egiziani conoscevano il Nuncius ma, quel ch' assai pi strano, lo contraddistinguevano con un appellativo che significava appunto "venuto dalle stelle", e lo onoravano con un culto speciale, minuzioso, propiziatorio.
Ridete? C' poco da ridere. Questo piccolo scarabeo durissimo, questo avventuroso viveur cosmico, va trattato con qualche riguardo. Pensate che, quando il genere umano non ci sar pi, quando, fra qualche diecina di millenni anche la Terra si sar tutta sgretolata, lui, il piccolo diamante nero, ci sar ancora e riprender a ruzzolare gi per la brulicante Immensit. Saremo tutti scomparsi nel terribile vuoto e di quello che sar stato lo spirito umano, con tutte le sue glorie e con tutte le sue fiamme, non rimarr pi che il nulla, il nulla inabissato nel mistero divino. Soltanto lui forse, il piccolo scarabeo memore, parler ancora della Terra scomparsa alle creature di altri mondi nuovi, sar forse lui, il nostro unico testimonio, il nostro unico storico. Soltanto qualche pallido bagliore della sua lampadetta dir alle creature nuove che ci fu anche una stella, dal nome Terra, abitata da spiriti orgogliosi e fuggitivi.
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8. L'INNAMORATO DEI PROFUMI.
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Avevo sempre creduto che soltanto nel mondo delle metafore e delle fiabe, il naso potesse diventar lungo un palmo. Eppure, quello che vedevo cos preciso contro il bianco della vela, non era n un naso metaforico n un naso favoloso. E cresceva e s'era allungato gi, avrei scommesso, di ben due centimetri da quando ci eravamo scostati dalla riva. Che razza di malattia aveva dunque quel mio bizzarrissimo amico che viveva giorno e notte sul mare guidando quell'agile cutter dall'incomprensibile nome? Ruile? Che razza di nome era quello e in qual rapporto con le strane enfiagioni che deturpavano di tratto in tratto il naso del disgraziato nocchiero?
Deturpare non  forse la parola propria poich, anche allo stato normale, quella proboscide sanguigna, esasperata, quasi violacea, non aveva davvero gran che di grazioso. Si sarebbe detto che mille ferite invisibili, ad ogni trar di fiato, si aprissero in quelle narici la cui sensibilit dovea essersi fatta spasmodica. Quando finalmente si gonfiavano, veniva fatto di pensare ad un nuovo grottesco fiore sanguigno prossimo a sbocciar in petali paonazzi coronanti un ciuffetto di stami violacei.
- Che cosa  quella luce rossastra, laggi? - chiedevo intanto perch la faccia dell'amico continuasse a rimaner volta in modo da mostrarmi, contro la vela bianca, il profilo cos degno di studio.
- Quello  il fanale del piccolo porto da cui siamo usciti e in cui non ritorneremo mai pi se questo leggerissimo Savio non ceder il posto a qualche vento meno savio e pi utile. Del resto, mi pare che, anche in panne, non si stia troppo male qui. Non sentite com' profumata la notte? Questo Savietto deve toccar qualche isola frondosa perch porta sul mare un fresco odore di verde. E porta anche, se non sbaglio, di molto lontano, un rivo di gelsomino. Non sentite?
- Vi confesso che non sento proprio niente.
- A che vi serve l'olfatto dunque se non sapete sentir neppure i profumi che vi reca un lene vento notturno? L'uomo moderno, rinunciando ed educare l'olfatto, rinuncia ai pi meravigliosi godimenti. L'olfatto , fra i nostri pochi e malsicuri sensi, quello che pi facilmente pu farci sentire la vita che palpita nei mondi sconosciuti. In questo momento, io potrei, se volessi, sentire il profumo di innumerevoli stelle e non solo di quelle che brillano ora su di noi, ma di altre invisibili a noi, disseminate per le pi lontane vie dell'Infinito...
Io guardavo dalla prua la faccia illuminata dell'amico in cui le narici fremevano visibilmente: tutti i muscoli facciali parevano cominciare a contrarsi. Una ombra di fisica sofferenza passava per quel volto, ma gli occhi contrastavano con un dolce splendore. Se era pazzo, non ne aveva davvero l'aria: era forse soltanto un po' malato di nevrastenica poesia quel melanconico lupo di mare.
- No, no - continuava a dire intanto - non sono cose cos strambe come possono sembrare e, questa notte, ho proprio voglia di farvi conoscere Ruile che nessuno degli uomini conosce. Fu appunto il giudizioso Savio che lo fece conoscere a me. Io avevo preso ad amare il Savio, questo giudizioso cadetto della grande famiglia dei venti, e avevo preso a studiare i caratteri pi delicati del suo moto ondoso. Volli a poco a poco sentir quali profumi egli preferisse portare, se i vegetali o i minerali, se i turbinanti o gli ondosi, se i bianchi o i gialli, se i plastici o i sonori. Questi aggettivi faran ridere voi che non sapete distinguere gli odori se non con un grossolano criterio di pesantezza: in gravi o leggeri. Ma c' una cos profonda variet negli odori che tutti gli aggettivi creati dalla pi ricca fantasia Baudelairiana, non basterebbero a contrassegnarli. Quanto pi si entra negli intimi segreti dell'aria tanto pi questa si fa sorprendente. Si scopre allora che, come ogni particella d'aria mossa dal vento  commossa simultaneamente da un turbine di moti ondosi sempre pi interni e lievi e reca cio infiniti venti entro di s sempre pi tenui (perch il moto va insieme con la materia verso l'infinitamente piccolo), cos ogni profumo reca entro di s infiniti altri profumi sempre pi lievi e impercettibili. Ogni parcella odorosa che un fiore emana,  fatta dal turbinio di miriadi di parcelle odorose pi tenui, ognuna delle quali, a sua volta,  fatta da altre miriadi. Le varie e infinite miriadi odorose, turbinanti l'una dentro l'altra, vengono dai mondi pi lontani e pi diversi. L'alito fresco della menta, ad esempio,  fatto dalle parcelle fluide delle bianchissime stelle Farande che da molte migliaia d'anni si sono dissolte per l'Universo; il fluido delle Farande , a sua volta, composto dalle parcelle vibranti d'un metallo opalino che si diffonde per l'Universo dalla stella Vulsis che  la pi diafana delle stelle e la pi leggera; il fluido del metallo Vulsis  infine composto di particelle emanate da materie smeraldine, florimetalliche, che ondeggiano in alcuni gruppi di stelle non ancora solidificate. E cos via all'infinito, poich ogni profumo  il frondeggiare d'una sconfinata selva che ha radici in tutto l'universo. Il profumo non  soltanto nell'atmosfera;  nell'etere cosmico. Non  affatto, come credete voi, il privilegio di questa misera calotta d'aria che avvolge il nostro piccolo pianeta, ma corre libero, vivido, infinito da pianeta a pianeta, da sistema a sistema, da miriade a miriade. Ci sono innumerevoli correnti ondose che vanno per l'etere cosmico, da stella a stella e recano, per le celesti immensit, immense foreste di odori palpitanti e aggrovigliati.
Il pi grossolano di questi venti dell'etere, l'unico che sia dato percepire alla mia imperfetta sensibilit,  Ruile ch' una specie di ruvido maestrale delle stelle. Io lo sento talvolta, di notte, vibrar fuggevolmente entro il Savio, entro il vento terrestre che ho cos lungamente studiato e che m'ha fatto fare, una bella notte, la meravigliosa scoperta..
Mentre s'accingeva a narrare, lo strano navigatore cominciava a dilatar le sanguigne narici con uno sforzo spasmodico che gi faceva anche contrarre le labbra. Pareva che quel povero naso fosse sul punto di scoppiare.
- Era una notte d'agosto, come questa, riprese a dire. Per lunghe ore avevo rintracciato in un blando Savietto i leggeri rivoli diafani dei profumi terrestri: sentori vaghi di citt lontanissime, resine di boschi dormenti oltre mare, fumo d'una petrosa montagna tropicale bagnata improvvisamente da una pioggia notturna, calor di pane da qualche forno della campagna verdeggiante l all'estremo orizzonte, freschezza di fiori, di pietruzze umide, di stille cadenti, evaporanti in pi lievi stille, fiato salmastro delle onde vicine e lontane, acredine di fibrille legnose disfacentisi nel fondo della mia barca, evaporare tenuissimo di umori salsi dalla mia epidermide, vibrare odoroso d'ogni mia fibra...
E, ad un tratto, come ora, nel silenzio della notte stellata, l, da prua, ecco la grande, invisibile onda. Mi parve dapprima che una immane muraglia fosse ad un tratto rovinata su me fra un turbinoso polverio di profumi sconosciuti. Quel ch'io sentiva, non era pi descrivibile con parole: mi pareva sentire odorare i suoni, una prodigiosa variet di suoni bianchi, rossi e azzurri. Nelle stelle son forse innumerevoli minerali che hanno caratteri e virt negate ai minerali della terra. Odoravano sterminate pianure metalliche bianche e fredde, disseminate per astri aridi che non san la vita vegetale, o, meglio, creano forse immensi trasparenti fiori di metallo che odorano con un musicale vibrare di lamine diafane. Venivano da fiumi di stelle, prodigiosamente lontane, ondate di profumi ancor pi strani, come aliti caldi che, usciti da pure bocche canore, odorassero ancora di melodia. Venivano, da sconfinati invisibili imperi astrali, fragranze di fiori azzurri, di fiori altissimi che vivono migliaia d'anni con radici capillari cos sensibili che i suoni delle pi lontane stelle bastano a farle ondeggiare. Da pi lontano, un odor di marine rosse, fosforescenti, con milioni e milioni di specie animali organizzate con cos alta intelligenza che l'uomo , in confronto, un opaco macigno. Da pi lontano, aliti resinosi di sconfinate foreste fatte di dolcissime creature silenti immerse in chiarori d'ametista. Da pi lontano, il palpito fragrante e musicale di spiriti eletti che fluttuano eternamente da stella a stella, in un inaudito Oceano di luce dai mille colori che non son quelli della terra ma sono vagamente ricordati sulla terra da alcuni odori di fiori e d'erbe aromatiche. E da pi lontano, da sempre pi lontano, Ruile, il grande vento che va per l'etere cosmico da stella a stella, mi portava le delizie dell'infinito giardino dell'Universo, le delizie pi vaste come le pi tenui: la fragranza di tutto uno sconfinato sistema di astri che  a prodigiosa distanza dal sistema planetario e, insieme, l'odore d'un piccolo giardino ch' nel lucente Aldebarano o il sentore vaghissimo di menta alpestre che han certe creature bianche viventi in Sirio. Da lontano e da vicino crescevano le meraviglie, di minuto in minuto pi inebbrianti. Ruile mi rivela l'Infinito, me lo porta ad ondate nell'anima e dal mio vivido gorgo trae seco nel suo immenso groviglio fluido, via per l'Universo, tutti i profumi d'ogni mia fibra. Sono anch'io fiammella guizzante e odorosa nello sconfinato incendio. Gli atomi si distaccano odorosamente dai miei mortali tessuti per effondersi con Ruile nell'eterno fluttuare che agita il polline dei mondi. Fra le miriadi di tenui onde di cui sar composto, fra migliaia d'anni, il profumo di un fiore odorante in una stella non ancor nata, in una stella in cui vivr forse un dolce spirito amante, Ruile avr forse disseminate le onde impercettibili che distacca ora dal mio essere. Io rifluisco in innumerevoli gorghi. Quando sento Ruile spirare, io non appartengo pi alla terra, io non sono pi l'uomo prigioniero, gravato dalla volta incantevole dei cieli. Sono anch'io l'Infinito... Ma, ahim, ho dimenticato di dirvi che, a un certo punto, io devo nuovamente chiudermi nella mia opaca prigione, io devo rinunciare a sentire quel che Ruile mi porta.
Non potete credere quale atroce sofferenza sia la mia. Quando pi ardente si fa la brama di andar sempre pi lontano per l'Infinito, ad un tratto, il naso dice: "bisogna che anche qu tu metta una fine". Il naso, esasperato da tante difficili esperienze, non regge che pochi minuti a Ruile. Non potete credere che terribile spasimo mi dia in questo momento questa carne che si  esasperata, tumefatta... Addio, Ruile! Addio, meraviglie senza fine! Ritorniamo in porto ora che comincia a farsi sentire un po' di scirocco...
E, malinconicamente, nel gran silenzio della notte, stellata, quel superbo esploratore dell'Infinito, pieg sul timone della barchetta il suo povero naso allungato che faceva piet.
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9. L'INNAMORATO DEI SUONI.
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- Non riconoscete, da questo tintinnio, chi si avvicina? Volete scommettere ch' quella piccola bionda che era con noi stamane alla stazione? Anche l'anno passato, era qui ma tutta mestizia e silenzio. Ora ha, accanto alle maglie auree della borsa, un mazzetto di ciondolini tintinnanti. Vedete?  la volutt che s' ridestata e suona a festa per richiamare i fedeli? Che invitante scampanello! Io la chiamerei Baccantina e, se dovessi descriverla, la descriverei musicalmente con questo tipico suono tutto personale. Chi sa? Non potrebbe essere forse questa la pi caratteristica nota d'ogni individuo, il connotato pi sicuro, se avessimo l'udito pi fine e il gusto delle musiche leggere? Io credo a questo suono sintetico, inimitabile, che ogni creatura umana porta con s. E voi? perch non mi rispondete? Credete ch'io voglia scherzare o  la Baccantina che vi ha un po' fatto girar la testa?
- Chi vi ha fatto balenare questa idea del suono individuale e perch ne chiedete proprio a me?
- Oh, io non credo d'aver avuto un'idea vertiginosamente geniale, ma voi perch vi turbate cos?  forse una gaffe? Conoscete forse la biondina? In questo caso, vi chiedo scusa...
- No, no, non temete: non ho mai veduta quella donna e non so affatto chi sia.  un'altra cosa quella che m'ha colpito: il sentirvi parlare del suono che ognuno di noi porta con s... Io credevo d'essere il solo che avesse pensato a questo. Poich io penso a questo da dieci anni e ne ho fatto il mio segreto, la mia gloria, il mio tormento. Io, per questo, ho ucciso il silenzio, capite, e morr del pi spaventoso male. No, no, non sono pazzo: lasciatemi dire, lasciatemi parlare, lasciatemi raccontare. Non era il suono della biondina, esterno e grossolano, quello che io sentivo poco fa, in quei pochi minuti di penoso silenzio. Era proprio il vostro suono quello ch'io cominciavo a sentire, il suono caratteristico, intimo, impercettibile, della vostra vita corporea e psichica, il suono complesso delle cellule innumerevoli che si muovono nei vostri tessuti e dei filamenti nervosi che in ogni attimo si contraggono e vibrano come corde d'una immensa arpa tenebrosa, il suono sintetico dei mille attriti stridenti che hanno i globuli del sangue strisciando e rotolando per le loro gallerie; tutta infine quell'eco torbida e indistinta di officina affannosa che portate in voi e che voi stesso avete sentito qualche volta, durante la febbre, salire dal caldo abisso buio formatosi ad un tratto entro di voi. In ogni creatura umana, questo complesso suono della vita corporea e psichica, ha un particolare timbro. Entro quel bimbo che giuocava stamane con noi sulla spiaggia, credevo sentire il ronzio d'un alveare. In quella gracilissima signora bionda che sedeva accanto a noi, sulla terrazza dell'albergo, par di sentire il rumore assiduo d'una lontana cascata. In quel capitano di vascello, che abbiamo salutato poco fa, par di sentire un continuo sgretolio di frantumi di vetro su cui rotoli una macina. In una formosa signora bruna, che io ho incontrato ieri,  invece il mormorio vago che s'ode entro certe conchiglie e pare l'eco di tempeste remote. In quel vecchio che siede l, a quel tavolo,  un sottile cigolio metallico, qualche cosa che ricorda il rumore rauco e stridulo che a tratti, sotto la punta metallica del fonografo, fanno i dischi un po' logorati. In voi, infine,  qualche cosa che fa pensare al continuo lacerarsi d'un tessuto. No, no, lasciatemi dire, lasciatemi raccontare, lasciatemi spiegare. Non capite che io ho bisogno di parlare della mia condanna? Per me non c' pi silenzio, capite? Io l'ho ucciso da quando ho voluto tutto sentire; io non sapr mai pi la fresca lavanda che placa le invisibili innumerevoli ferite dell'anima. Ho voluto affinare l'orecchio per percepire anche i suoni che sono a tutti gli altri impercettibili: ho violato il pudore del silenzio, l'ho ucciso ed ora esso si vendica facendomi sentire ogni suono, anche il pi remoto, perseguitandomi ovunque, inasprendo e inaridendo sempre pi le mie aride ferite. Non avete ancora compresa la mia storia?
Anch'io, una diecina d'anni fa, pensai come voi che ogni creatura umana avesse un suo caratteristico suono e volli scoprirlo. Cominciai ad affinar l'orecchio nei pi delicati silenzi. Tentai l'ombra delle chiese romite per abituarmi a percepire i suoni pi sommessi, il respiro di qualche genuflessa beghina o il rosicchiar d'un topo nel cassettone della deserta sacristia. Tentai la pace muscosa dei boschi per avvezzarmi ai fruscii meno percettibili, allo strisciar di due fili di erba l'un contro l'altro, al passo d'una formica sul musco. Tentai la solitudine torpida del mare in bonaccia per avvezzarmi ad ogni pi lieve vibrar dell'aria, per sorprender nel pi lieve tremolio della sua radice il fiore palpitante del suono oceanico. Tentai infine la solitudine della notte e, nel silenzio della mia casa, imparai, a poco a poco, a distinguere gli innumerevoli palpiti sommessi del legno, della pietra, dei metalli. A poco a poco, tutti i silenzi, anche i pi gravi ed opachi, per me si popolarono di suoni: dopo soli quattro o cinque anni, aveva gi cos affinato l'orecchio che, in una grotta dell'Appennino, nel buio umido d'una cisterna famosa pel suo cupo silenzio, io sentivo gi rumoreggiare una tale intricata selva di suoni quale nessuna frenetica orchestra avrebbe mai saputo per me suscitare. Non c'era ormai pi silenzio sacro, intimo, ch'io non riuscissi a penetrare, di cui io non intravedessi l'effimera relativit. Io avevo gi compreso, senza spavento, come silenzio assoluto non esistesse e come l'infinito fosse tutto suono poich tutto vita. "Il silenzio non  che la nostra opaca sordit" io dicevo gi a me stesso e m'inebbriavo nel percepire quello ch'era ancora per tutti gli altri uomini impercettibile.
Fu allora che cominciai a sentire il "suono individuale" e mi parve questa la pi inebbriante conquista. Io mi innamoravo, con una gioia folle, di questa immensa variet sonora delle creature umane, variet che mi si rivelava di giorno in giorno pi meravigliosa. Feci un viaggio di due anni per le citt pi popolose d'Europa e d'America e conobbi il suono caratteristico di migliaia e migliaia di vite umane, di tutti i popoli, di tutte le razze. Ma questa entusiastica vastit di esperienze, in capo a due anni, m'aveva fruttato un terribile esaurimento nervoso e ritornai malatissimo in patria, con un gran desiderio di pace e una strana insofferenza d'ogni suono. La mia sensibilit auditiva si era acuita a tal punto che ogni rumore, anche il pi lieve, mi dava oramai una insopportabile trafittura.
Ritornai allora con tutta l'anima alla mia piccola Vullia, alla piccola fidanzata che avevo fatto tanto soffrire con le mie obliose assenze. Ricordai allora per la prima volta, dopo tanta frenesia di suoni, qual balsamo fosse all'anima il silenzio d'amore, il tacere a lungo, con le mani nelle mani, con gli occhi negli occhi della donna amata. Con che desiderio, m'affrettai verso la casetta silenziosa della mia piccola Vullia! Che bisogno di rinfrescar l'anima nella tacita gioia!
Vullia m'aspettava sulla soglia della sua casetta coperta d'edera. Quando mi vide, mi corse incontro, mi strinse forte forte e poi fugg nascondendo la faccia. Piangeva e rideva. Che festoso tumulto quando la raggiunsi nel minuscolo giardino: che ridda gioiosa di domande brevi, incalzanti: che cinguetto! Ci sedemmo di nuovo, sul vecchio sedile di pietra grigia, nell'angolo pi denso di foglie dove l'amoroso silenzio aveva sempre avuto per me tanta dolcezza. Cercai ancora i suoi occhi, la lontana pace degli Elisi che avevo tante volte intravveduta nelle serenit delle sue pupille: cercai ancora le azzurre vie silenziose mentre le sue vene toccavan le mie vene. Non un sospiro nella grande quiete meridiana: non un soffio sulle foglie. Stavo dunque per ritrovare finalmente il blando silenzio? No, qualche cosa rumoreggiava ancora... Che mai? Tacevamo, palpitanti, stretti l'uno all'altro, rapiti l'uno nell'altro... Eppure, eppure io sentivo ancora un suono sommesso ma preciso, stridulo, qualche cosa come un cri-cri insistente, ritmico, implacabile. Pensai ad un grillo nascosto sotto la terra e mi strinsi ancor pi alla mia piccola diletta, sperando di non sentir pi neanche quel sottile suono che pareva mi limasse il cranio. Nascosi la faccia nel seno di Vullia ma a nulla giov: io sentivo ancora quel terribile limo nascosto: anzi, essendo ora il mio orecchio pi vicino alle arterie di Vullia, lo sentivo anche pi nitidamente. Era proprio in lei, era nelle sue arterie, era nel suo sangue, nella sua vita: era proprio il suo suono quello ch'io sentivo, quel sommesso insistente stridulo cri-cri che crinava spietatamente tutti i nascenti cristalli del silenzio. Io ero dunque dannato a non sentir pi il silenzio d'amore? Mi strinsi ancora disperatamente alla mia piccola diletta, cercai ancora pi da presso le vie elisie dei suoi occhi. Inutile! Inutile! Non si formava cristallo che quel cri-cri non crinasse. Cri, cri, eternamente! Ecco, quel ch'io dovevo sentire nella donna amata. L'infinito era oramai per me tutto suono: non c'era pi atomo per me, nell'universo, in cui potessi ritrovare la balsamica freschezza del silenzio. Maledetto! Fuggii da Vullia come un pazzo, cercai il fragore dell'Oceano, il frastuono pi rabbioso e pi avvolgente. Dopo aver vagato per trentasei ore lungo la spiaggia, fui raggiunto da un servo che s'era messo in cerca di me. Era la piccola Vullia che lo aveva mandato, la piccola e tenera Vullia piena di angoscia per la mia inesplicabile fuga. Si era messa a letto, febbricitante e, nel delirio, non faceva che ripetere il mio nome, non faceva che implorarmi. Il servo che mi riferiva questo, tacque per qualche istante aspettando che io mi decidessi al ritorno. Anch'io tacevo irresoluto e, allora, ad un tratto, in quel subitaneo silenzio, per le vie pi tenui dell'aria, giunse ancora al mio orecchio, e questa volta anche pi insistente, pi acuto, pi incalzante, l'orribile suono di Vullia, l'orribile cri-cri.
Rovesciai il servo che mi si parava dinnanzi e corsi a casa, mi rinchiusi nella mia stanza, sbarrai affanoso le porte e le imposte, feci un buio e un silenzio di sepolcro, mi tappai le orecchie, ravvolsi, intorno alla testa ardente, dense fasce di lana e nascosi la testa sotto il guanciale. Sperai per un attimo di non sentire pi nulla...
Stolto, stolto! Non capivo ancora che si avvicinava il momento pi terribile. Per qualche istante credetti di essere salvo ma, ad un tratto, mi parve sentire nel buio un lontano mormorar di fiume, un suono complesso, vago e vasto ch'io non avevo ancor mai sentito e che mi dava un nuovo senso di vertigine. Mi domandai se qualcuno fosse l con me, nel buio, a mia insaputa. Ascoltai ancora... Era possibile? Il mormorio era proprio dentro di me? S, io sentivo per la prima volta il suono della mia vita corporea e psichica. Avvoltomi cos densamente nel buio e nella solitudine, io avevo per la prima volta l'orecchio proteso sul mio abisso. Dalle pi oscure profondit dell'essere saliva incessante la eco d'un vertiginoso fluire di corpuscoli, d'una miriade di particelle riddanti in effimeri vortici, l'eco di infinite fiumane diramantisi gi per un tenebroso intrico di canali e risalenti con un gran frusciar di zampilli impetuosi, l'eco di un fondersi lento di rive e di un solidificarsi cristallino di correnti.
Inorridito e attratto dalla vertigine, mi compiacevo di ascoltare quell'immensa fremente orchestra che suonava entro il mio essere: io ero oramai tutto proteso sul mio sonante gorgo tenebroso e m'inebbriavo sempre pi di quella immane ridda oscura. M'ero stranamente sdoppiato: era in me un io tutto sonoro e un io tutto auditivo ma quella duplicit non mi spaventava: me ne compiacevo anzi sempre pi quando, ad un tratto, mi accorsi che non una ma due orchestre meravigliose suonavano entro di me: l'una era protesa su l'altra, l'una contemplava l'altra, l'una viveva della vita dell'altra. Era come se un cielo notturno si protendesse sulla tumultuosa corrente buia, un cielo torbido che diffondesse in echi fluidi il mormorio dell'invisibile fiume. I suoni velati e umidi del cielo si animavano per la vivezza rumorosa della buia corrente, che a sua volta, raddolciva i suoi oscuri suoni d'un pallido riflesso di cielo. Soltanto l, lontano lontano, negli estremi orizzonti dell'anima, nelle penombre crepuscolari, dove l'orchestra contemplativa e l'orchestra fluttuante confondevano pi sommessamente le loro note, insisteva affannoso un suono estraneo ch'io non riuscivo ancora a percepire: era come s'io vedessi l'ombra tremula d'un suono che si aggirasse convulsa al di l dei confini del mio regno sonoro, tentando ad ogni istante di penetrarvi. Di dove veniva cos velato d'ombra, cos vagulo, cos insistente come un moscerino contro una lastra di vetro?
Tentai di distogliermi da quell'angoscioso mistero e cominciai a contemplare le due immense orchestre antagonistiche che s'erano formate entro di me, a contemplare i loro apparenti disaccordi e le loro capillari segrete armonie. Era un terzo "io" che sorgeva dal tumultuoso fervore dei suoni ma ben presto mi accorsi che anche una terza orchestra sorgeva entro di me, una terza orchestra avvolgente, pi pura e pi leggera delle altre due, piena d'un morbido frusciare di astri diafani, d'un blando roteare di cieli concentrici. Ad un tratto sentii che in quel morbido roteare frusciante era talvolta un attrito, un cigolo, come se qualche parcella estranea si fosse insinuata tra le immense sfere diafane: si udiva, a tratti, un cri sottilissimo. Il mio spaventoso dubbio diventava certezza: il suono implorante, disperato della mia piccola Vullia, stava per raggiungermi: era gi penetrato in me, s'era gi insinuato fra le orchestre che suonavano, moltiplicandosi, nell'intimo del mio essere. Tentai di moltiplicare ancora la mia vivente sonorit, di disperdermi in un infinito oceano di suoni, di ritornare nel chaos attraverso le musiche eterne, ma quanto pi suscitavo orchestre travolgenti, tanto pi il cri-cri ironico, tagliente, dominava su tutti i suoni, si faceva vasto, imperioso, crinando tutte le orchestre, disfacendole, polverizzandole. Mi venne per la prima volta il dubbio d'avere un grillo prigioniero nel cranio e fuggii sul mare tuffando la testa nell'onda l dove mi avete trovato ieri, esausto... Ora s' placato, ma ritorner, lo sento, il terribile suono che vendica i silenzi violati...
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10. L'INNAMORATO DELLA SPIRALE.
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Io non fuggo voi ma l'abitudine che m'insidia, che m'opprime, che, ad ogni passo e ad ogni istante, tenta formare intorno a me i suoi monotoni cristalli. Tutto  abitudine su questo noioso globo: la nostra vita ne  tutta intessuta. Le ore, i giorni, le settimane, i mesi, le stagioni, le et, i bisogni, le speranze, i desideri, tutto, tutto si ripete, sempre allo stesso modo, con la stessa pigrizia ritmica degli astri che ne circondano. Rais, lacera tu questo avvolgente tessuto trapunto di stelle, trafora tu e crina i vecchi cristalli del cielo!
Rais sale da migliaia d'anni su per l'infinito, roteando secondo un'immensa spirale dolce e insinuante sempre pi ampia.  l'unica stella che abbia saputo spezzare il suo cerchio e, compiuto il giro, ritrovarsi ad un punto nuovo pi alto di quello da cui era partita. Conquistata cos la spirale, essa pu adesso salire in eterno, traforando di cielo in cielo, di sistema in sistema, di miriade in miriade, tutto l'universo.
L'abitudine  il ritornare allo stesso punto,  il chiudere un cerchio e farsene prigionieri: la nostra vita, come l'Infinito,  un sistema innumerevole di cerchi concatenati ma Rais che sale in eterno, dolce e insinuante, tagliandone alcuni, li scioglier tutti:  il tarlo dell'Universo, il tarlo ch' penetrato nell'immensa massa degli astri:  un nulla in confronto della massa senza fine, ma da quel nulla, da quel tenue traforo che sale in eterno, irradia pei cieli invisibile la rovina, in lente crinature a zig-zag che s'allungano all'infinito e diventeranno abissi entro cui rovineranno a miriadi le stelle, a miriadi, come immani cascate di fuoco.
Rais giunger fra poco all'altezza della terra e la si vedr roteare lenta intorno al nostro sistema planetario, luminosa come una cometa. Gli astronomi la diranno infatti una cometa e non se ne daranno pensiero come non si danno pensiero i villani del roteare ascendente d'un falco. Ma quel lento salire di Rais avr turbato impercettibilmente l'equilibrio di queste nostre vecchie stelle accidiose. Per qualche secolo ancora tutto parr immutato ma un inavvertito scricchiolio avr segnato la fine dell'antica armonia e il principio d'una nuova, pi libera e pi impetuosa, non pi costretta nella tetra prigionia dei cerchi. Non pi ritmi ma una novit fluente senza fine, un eterno navigare verso l'irraggiungibile riva: ad ogni attimo, una nuova luce, un nuovo orizzonte, una nuova melodia. Sali sali, o Rais, secondo la tua molle eterna spirale e su, su, semina in eterno per gli stagnanti cieli l'invisibile rovina!
Il mio spirito, lento e avido di novit, prigioniero su questa terra, era nato per Rais e su Rais trasmigrer quando la spirale liberatrice sar vicina a questo nostro globo tedioso. Direte allora ch'io sono impazzito ma io conoscer finalmente la vera vita, io mi immerger finalmente di attimo in attimo, di orizzonte in orizzonte, di meraviglia in meraviglia, nella vita cosmica che non ha confine, che non ha n giorno n notte ma luci e colori sempre nuovi e forme inconcepibili pei prigionieri della terra, forme nate dalla luce e dal suono, melodie di colori e oceani oscuri pieni di stelle sonore.
Rais molle e silenziosa ondeggiando salir e ad ogni attimo un nuovo cielo, una nuova ondata di astri, un nuovo pullulare di vite, un nuovo mistero mi dischiuder dall'ombra il suo sconfinato calice vibrante. Immensi reami intravveduti per un attimo e lasciati per sempre, silenti imperi astrali pieni di sommessi palpiti che la mia anima da Rais comprender trasvolando rapida e leggera: amori con incorporee creature stellari, amori puri e rapidi come un trillo che s'immerga nella travolgente sinfonia sempre pi alta e pi vasta: ecco, ecco la vita di Rais che sale in eterno molle e silenziosa su, su per la sconfinata massa delle stelle.
Il mio spirito, lento e avido di novit,  nato non per la monotona vertigine circolare ma per questa dolce vertigine saliente di Rais che rivela senza fine i tesori del cosmo seminando pei cieli l'invisibile rovina da cui fiorir la gioia agli spiriti venturi. Si crini si crini, questa monotona volta che ci soffoca e ci lascia appena travedere una parcella dell'immenso tesoro: sali, sali presto a insidiarla tu, dolce spirale, dolce Rais, dolce rovina. Sento gi salir dalle profondit uno scricchiolio, sento gi che una tenuissima crinatura s'allunga sino a questi vecchi cristalli pigri e freddi, sino al mio cranio che si criner anch'esso se tu, Dio, non mi aiuti.  Rais,  Rais che giunge...
- Rais  passata e continua a salire per l'Infinito ma il mio spirito non ha saputo seguire l'eterna spirale e, dopo un misero volo,  ricaduto qui, prigioniero di questi monotoni cieli e delle stagioni e dei mesi e dei giorni e di tutte le nostre periodiche miserie. Che potevo far pi io che avevo sognato di uccidere l'abitudine, di traforare con Rais tutti i monotoni cristalli dei cieli? Ho cominciato a comprar piccole lastre di vetro e ho tentato di traforarle con questi trapani a spirale. Almeno questa volta, avendo saputo rimanere sulla terra, senza curarmi pi delle stelle, riesco a far qualche cosa. Ho gi traforate alcune di queste lastre, e spero di traforarne ancora...
Ma neppur questo  vero: non mi credete, io sono un buono a nulla, io sono un povero spirito pigro, avido di novit, e non so conquistarmi alcuna novit sulla terra e per questo vorrei rifugiarmi fra chimeriche stelle, sperando di trovar conforto nell'inconoscibile. L'inconoscibile  duro e preciso come un cristallo e mi rigetta spietato nella mia noiosa pochezza terrestre, alle mie piccole lastre di vetro che mi si spezzano tutte in mano.
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11. IDILLIO IN ISRAELE.
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Da qualche tempo, quel breve tratto di via ch' fra l'Albergo dell'Orso e Tordinona,  diventato la misura del mio amore e della mia felicit. Ogni giorno, quando rivedo l'albergo, il core mi si rischiara e chiaro mi resta sino a Tordinona ove il buio ridiscende.
Anche prima ch'io vi parli della regina, vi prego di considerare un po' i due termini di questo mio angusto regno: l'albergo da un lato, la torre dall'altro. All'Orso hanno alloggiato Dante, Rabelais, Brantme: in Tordinona, carcere del Cellini, nido di prostitute, alloggia l'ombra del male. La torre verminosa s'appiatta verso l'argine tiberino, taciturna nella bassura umida in cui stagna il vizio. L'albergo leva al cielo la fronte serena in cui accenna ancora ad aprirsi il ciglio marmoreo d'una antica loggetta. Da quella loggetta si vede, in fantasia, Dante affacciarsi sul fiume brulicante. Lass, al fresco, Rabelais scrive e beve: beve vino bianco di Frascati e scrive ad un amico di Francia per dargli notizia di lattughe ricciute, appetitosissime, trovate in un orto romano. Lass, il perigordino Brantme racconta storielle grasse che corrono per la corte romana. Dante, dalla loggia serena dell'Orso, vi invita a contemplare la purit trionfante dei cieli ma, accanto a lui, Rabelais ride e accenna alla terra, madre di ricciute lattughe, e Brantme vi sussurra: "ogni porcheria  lecita ad un uomo o ad una donna fine: toute persone d'esprit vent essayer tout!".
Eccovi imbarazzato nella scelta e, fatti due passi dall'Orso verso Tordinona, eccovi gi in tentazione. Tutte le ricchezze della terra e del cielo paiono adunarsi sulla vostra destra. Quattro o cinque piccoli antiquari hanno addensato l le loro mercanzie, in bottegucce oscure in cui i vecchi velluti e le vecchie gemme brillano cupamente come nei quadri di Rembrandt. Gli splendori di antichi mondi, di societ scomparse, si addensano nella penombra: cammei e cornaline dell'et imperiale, bronzi greci, lacche veneziane in cui le donnine galanti nascosero i loro segreti, statuette di Capodimonte e di Sassonia, merletti di Burano, stampe inglesi, smalti di Limoges, tabacchiere, monete, lucerne, fermagli, miniature, livree, francobolli dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie. Sulla soglia di una di queste opime bottegucce, regina del bric--brac e dei miei pensieri, nera, grassa, miope, sta una piccola ebrea.
Mi guarda o non mi guarda? Mi vede o non mi vede? Quando io le passo dinanzi, ella stringe le palpebre e arrotonda una specie di forellino all'angolo esterno delle ciglia. Non ho mai visto miopia cos stranamente ingegnosa: il suo occhio somiglia in quei momenti ad un'asola che aspetti il fiore. Ha la pelle grassa in cui echeggiano forse ancora gli unguenti e i balsami di che si copersero le lontane antenate asiatiche. Per dodici mesi doveva la schiava addolcir la sua pelle prima d'esser ricevuta dal re Assuero: sei mesi con balsamo e mirra e sei mesi con aromi soavi. Cos Esther si fece bella e cos forse avrebbe voluto esser bella Ruth quando and nella grande aia, si insinu rapida tra i cumuli d'orzo e di grano e, al lume delle stelle, si distese silenziosa ai piedi di Boas un po' grave di sonno e di vino. La dolce notte idilliaca! Poich era gi mezzanotte, l'uomo si spavent, sorse a mezzo e guard: una donna era distesa ai suoi piedi. Ed egli chiese: chi sei? Ed essa rispose: sono Ruth, la tua ancella. Distendi la tua coperta sulla tua ancella poich tu sei l'erede.
Come si chiama questa tarda nepote di Esther e di Ruth, che ha il suo regno, pieno di velluti sbiaditi e di pallide gemme, tra l'albergo dell'Orso e Tordinona? Io non lo so ma so che l'amo in silenzio e che la storia dei nostri amori finir in un modo strano. So che nei miei sogni ella viene talvolta a me tutta sola e tremante, morbida d'unguenti, col cuore nella gola, come Esther quando, malgrado il terribile divieto, va, non chiamata, entro la casa d'Assuero, tra le alte colonne paurose, camminando sulle gelide lastre di marmo verdi, bianche, gialle, nere. Come il barbaro Assuero, io mi compiaccio di lei e non so rimproverarla d'aver violato il regno dei miei sogni.
Questo pei sogni: la realt  un po' diversa. Io non ho ancora capito se la piccola ebrea si interessi a me. Non ci siam mai detta una parola, ma io ho sentito che ella si  messa un giorno a cantare mentre io passavo:
Vivo solo per te
Ma non vuol dire: le ragazze del popolo spesso, quando si sentono un po' impacciate, cantano per ritrovar baldanza, senza badar troppo a quello che cantano. Un'altra volta, al mio passaggio, ella si  messa a cantare uno di quei stornelli che fioriscono nella nebbiosa notte trasteverina
Quando che moro io,
moro davvero.
Forse anche lei abita presso il fiume, abita ancora nei luoghi del vecchio ghetto, presso la casa torva dei Cenci. Non  certo che ella canti per me, ma  certo, in compenso, ch'io ho trovato il modo di tormentarla. Io ho notato che la sua miopia  tale che se io passo a due metri di distanza, essa mi riconosce ancora ma a tre metri gi non mi riconosce pi. A tre metri io sono gi per lei un'ombra, un nulla che scivola sulla dura fissit dei suoi occhi neri. Fra i due e i tre metri  una zona crepuscolare, tantalica, che tenta e turba la sua vista e costringe le palpebre e le ciglia a sforzi spasmodici. Io passo qualche volta per questa zona tantalica e osservo la mia piccola ebrea con una curiosit un po' crudele. Ella si turba evidentemente e stringe le palpebre e forma il suo occhiello con una intensit nervosa che le fa lievemente contrarre i muscoli facciali. Dalle profondit del suo essere forse qualche istinto angoscioso si affanna a venire in aiuto del suo debole senso visivo: ella vuol forse vedere coi suoi poveri occhi qualche cosa che ha gi veduto entro di s, in una regione misteriosa ove le tenebre hanno luce. Questa telepatia minima  rapida, affannosa, vaga come uno stormo di rondini.
Il giuoco  crudele ed io ne sar punito. Vi ho gi detto che la cosa finir male. Hanno un bel consigliarmi dalla loggetta dell'Orso, Dante e Rabelais e Brantme. Dante mi dice: "guarda i cieli!" e Rabelais e Brantme mi dicono: "tira al sodo!" Oh, la cosa finir male! Non gi nel modo malizioso che immaginate voi.
Aspettate, se volete capirmi. La piccola ebrea del mio idillio  miope ma voi dovete sapere che io sono pi miope di lei, d'una miopia triste, armata di monocolo. Una bella sera, dalla soglia della sua bottega, la piccola ebrea mi far cenno di entrare e allora, nell'amorosa fretta, io incespicher sulla soglia e perder la mia lente. Chi non  miope, non sa quanto sia terribile questa improvvisa comicissima sciagura. Io non vedr pi ad un tratto la mia piccola ebrea che mi aspetta nell'ombra della sua bottega ed ella non vedr pi me. Le zone tantaliche questa volta saranno due: stringeremo tutti e due le palpebre con una intensit nervosa che ci far lievemente contrarre i muscoli facciali. Tutti e due vorremo vedere coi nostri poveri occhi mortali qualche cosa che avremo gi veduto entro di noi in una regione misteriosa ove le tenebre hanno luce.
Ce ne andremo tutti e due tentoni, cercandoci fra i vecchi velluti e le vecchie gemme, tra gli splendori di antichi mondi e di societ scomparse. Cammei e cornaline dell'et imperiale, bronzi greci, lacche veneziane in cui le donnine galanti nascosero i loro segreti, statuette di Capodimonte e di Sassonia, merletti di Burano, stampe inglesi, smalti di Limoges, tabacchiere, monete, lucerne, fermagli, miniature, livree, francobolli dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie, tutto baller intorno a noi e con noi baller tutto l'eterno scintillante bric-a-brac dalle stelle.
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12. EL AMOR DE LOS AMORES.
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Parler soltanto di me, con una immodestia sonora da fare impallidire quella di Giovanni Papini.  un momento musicale! Sulla mia tavola  gi l'uva messaggera dell'autunno, un'uva dall'acino puntuto, che qui si chiama pizzutella. Una gran gioia mi trilla in core e sapete perch? Perch son riuscito finalmente a ricucire nella memoria un appuntamento datomi molt'anni fa, che s'era un po' scucito. Non c' pena pi sottile di questa: ricordare ancora d'un appuntamento il luogo ma non l'ora, o l'ora ma non il luogo, andare nella notte per le vie d'una citt sconosciuta e veder ovunque alte finestre illuminate e sapere che l, entro qualcuna di quelle case,  lei che vi aspetta e non ricordare pi il nome della via, non ricordare pi il numero... Io ho ricordato oggi precisamente, dopo quindici anni di pena errabonda. Non mancher all'appuntamento, rivedr i miei piccoli cantori.
 un segreto che non dovrei svelarvi. Prima d'esser dottore bolognese, io fui goliardo alla maniera medioevale, clericus vagans. In Italia la gaiezza  figlia del Nord. Anzich discendere verso questo vostro mezzogiorno retorico, metafisico e sentimentale, da Bologna noi salivamo allora ogni anno per le ferree citt del Nord, ancora piene di medioevo: Ferrara, Padova, Brescia, Verona. Ricorrendo in novembre la festa goliardica delle matricole, ogni anno, chierici vaganti caldi di sangue e di vino, andavam per le nebbie di quel vasto autunno gotico. L, tra quelle brume, tra quelle torri fosche, trovavamo ovunque il fiore rosso della gaiezza. Non l'ho mai visto qu in questo vostro Mezzogiorno sciroccoso, semitico, che sa d'Africa e d'Oriente.
Giunto nella piazza del Duomo di Ferrara con alcuni compagni sfiatati, io intonai un giorno con voce gagliarda una canzone che ha parole sciocche ma melodia grande e soavissima. Nei paesi settentrionali tutti la conoscono. Comincia cos:
E ti con La barchetta,...
I compagni tentarono ancora di aggrapparsi con le loro voci sfiaccolate alla mia che si levava robustissima, ma, per quanto facessero, il coro ricadeva gi languente. Pi essi si avvilivano, pi io mi ringalluzzivo. Sempre cantando, traversavo la piazza con lentezza trionfante quando, ad un tratto, ecco che il coro dietro di me, si rischiara, si allarga limpido, leggero, aereo. Io ripiglio la strofe ed ecco il coro elevarsi, rapido, celeste come uno stormo di rondini. Mille voci d'angelo cantavano con la mia: il canto mi passava pel cuore e pareva mi rapisse seco, verso l'azzurro.
Che era avvenuto? Mi rivolsi e vidi dietro di me uno stuolo di bimbi, sbucati non si sa da dove. Erano monelli Ferraresi! - mi direte voi. Bella scoperta! Ma per me venivan da lontano e ritornavan lontano. Non erano i bimbi compunti della Cantoria fiorentina, non li aveva fatti n Donatello n Luca della Robbia. Eran balzati per me dalla profondit selvosa delle leggende gotiche, dall'impeto selvaggio delle sculture medioevali, dalla fede scapigliata e anelante dei vecchi secoli. Povero, ribelle, poeta, andando da Bologna dotta verso il Nord, io avevo forse per qualche istante, senza saperlo, messo il piede in una orma del nostro padre Dante.
Quando quel coro argentino dilegu, io sentii che qualche cosa era rimasta nel fondo dell'anima. I piccoli cantori erano scomparsi fra le brume gotiche del Nord, ma io sentivo che li avrei riveduti. Dove? quando? Essi mi avevano lasciato in mezzo al core un appuntamento, ma, nella mia frettolosa gaiezza, io lo aveva quasi dimenticato. Il dove e il quando s'erano disgiunti: se ricordavo il luogo, dimenticavo l'ora, se ricordavo l'ora, dimenticavo il luogo. In questi quindici anni, dalle alte finestre illuminate dell'Universo, non mi giunse alcun segnale.
"Quindici anni! Un'epoca nella vita d'un uomo! brontola il vecchio Tacito. Finalmente, qualche mese fa, io potei cominciare a ricostruire l'antico appuntamento nordico e vi dir come. Non tutto il tempo  perduto e non tutto il male vien per nuocere. Qualche tempo fa, una malattia improvvisa mi colp che pareva insidiasse le pi tenui radici dell'essere. Nei lunghi giorni dell'angoscia, mi pareva d'esser gi estraneo al nostro mondo solare: mi pareva che nel mio spirito fosse gi la tetraggine d'un cosmo livido e indifferente, pieno di masse opache. In qualche istante temevo gi che l'oscurit m'invadesse, ma allora, non appena il terrore accennava a farsi profondo, un monellaccio, ospite insospettato del mio spirito, levava ad un tratto la testa e contro l'invadente terrore gridava qualche maliziosissima parola. A quella scappata del mio insospettato ospite, lo spirito, rialzandosi dal suo tetro abisso, ritornava sereno, diafano, solare. Un'allegria argentina mi tinniva nel core. Sentivo che, al sole, volavano ancora le rondini.
Questo monello ardito che sopravvive ostinato in me, mi ha rimesso rapidamente sulla buona strada. Io so ora il quando e il dove del mio musicale appuntamento. Il chierico vagante non canter forse mai pi per le vie di Ferrara, ma ritrover un giorno tutti i suoi monelli canori. Dove? Quando? Un po' di pazienza, signori! Questa vita che ci ha riempito di lividi lo spirito, non riuscir a rattristarci in eterno. Un giorno saremo liberi da tutte le odiose tirannie e quel giorno non una sola ma mille voci festanti canteranno con noi. Saremo liberi quando creperemo, cio quando Dio vorr.
Allora, e soltanto allora, io ritrover tutti i miei piccoli cantori. Quando la morte si avviciner davvero, invano il monellaccio ribelle si metter a gridare a squarciagola contro la tetra ombra sempre pi minacciosa! La sua maliziosissima parola non baster pi a diradare le nebbie; la massa greve soffocher ad un tratto il suo ilare ghigno. Creder ad un tratto di sentire su di me tutto il peso del buio...
Per quell'istante supremo, io ne ho oggi la certezza, mi fu dato l'appuntamento musicale di Ferrara. Il luogo e il tempo, il dove e il quando, si trovano ad un tratto ricongiunti in un unico splendore. Ricordate la sorpresa fiammante che l'Alighieri ebbe nell'Empireo quando si volse a un tratto e vide pi di mille angeli festanti ciascun distinto e di fulgore e d'arte.
Chiamato da un trillo argentino, anch'io mi volger repentinamente verso un improvviso chiarore. Pi sfrenati, pi lieti che mai, i miei piccoli cantori mi balzeranno allora incontro per le vie dell'Empireo. Le parole non saranno pi quelle della scempia canzone terrestre ma la melodia forse sar la stessa, la melodia dell'Eterno, grande, soavissima, libera.
Tutti i modi, tutte le voci, le gotiche e le orientali, le nordiche e le africane, si fonderanno in un unico modo, in un'unica voce. Riddando in un'unica spira immensa, i monelli beati mi attornieranno cantando: "ecco: egli s' fatto gi pi grande di noi nelle membra e dar ricco premio a chi gli avr fatto festa. Noi sparimmo troppo presto dai cori della vita ma egli vi si  indugiato e molto ha appreso che ci insegner".
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FINE.